Corrispondenze


10 ott 2011, di Maurizio Mazzetto

Del morire – 4

CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI

«Non sono speciali gli alpinisti, ma il loro ambiente sì. Non solo perché il vuoto fa il vuoto, e non c’è gente intorno, ma perché le alte quote sono un posto in cui si è di passaggio, senza diritto di residenza. A quelle altezze non spunta desiderio di possedere, nessun istinto di proprietà dove comincia la zona della sopravvivenza. Salgo alle montagne per approfondire la mia estraneità, ribadire che sono precario e di passaggio».
Erri De Luca, in Pensieri viandanti II. L’etica del camminare, a cura di Italo Testa, Diabasis, 2009, p. 20.

È vero ciò che scrive Erri De Luca. La montagna (alta) ci ricorda la nostra “estraneità”. Mentre «La più alta forma di moralità è sentirsi degli estranei in casa propria» (Theodor Adorno).

Tuttavia – al di là di ciò che si verifica nelle supreme altezze – è vero il contrario. Come diceva, con un famoso verso, il poeta di Grado, Biagio Marin:
«Sono gli uomini che rendono le terre vive e care».

Tutto sta nell’abitare le terre, anche le “terre alte”, senza portare con noi il “troppo” di cui ci circondiamo.

Scriveva Fosco Maraini: «Oggi ci portiamo dietro troppa industria, troppo scatolame, troppe scritte, troppa plastica; la denudazione della vita quotidiana non arriva da esser completa; certe cose nefaste ci s’attaccano come malattie».

Piuttosto: sentirsi “di passaggio”, non residenti e proprietari, “denudare la vita quotidiana”, riducendo all’essenziale i miei bisogni. Questo è uno dei più grandi insegnamenti che anche la montagna mi offre. È la morte dell’io padronale, la rinuncia al possedere e al potere, come li conosciamo.

La montagna che chiama
Gridando dal profondo

Vieni, su vieni!”
A chiunque nel suo cuore abbia rinunciato
A tutto e abbia scelto di vivere nella presenza.

(Guru Namashivaya)

Talora siamo noi che ci appesantiamo la vita, portandoci dietro troppe cose sulle spalle, altre volte ne rimaniamo gravati da tanti dolori e tante ingiustizie che ci fanno soffrire:
Distesa sotto una montagna guardo.
Troppo grave la vita. Fate
ch’io muoia. Spegnete
anche l’ultima stella, e a me non porti
il vento aria di sera
dolce ai villaggi. Fame
ebbi, sete, spaventosamente
gridai ma l’acqua
m’ignorava correndo
chiara entro il verde lucido dei boschi,
ma il pane era per altri sulla liscia
mensa nel cerchio della luce.
(…)
Questa montagna è il mondo. Oh, le mie spalle
si spezzano, non reggono! Oh, sopportare
questa estranea bellezza; e il cupo molto
splendore della notte! E queste voci
d’amore, gli animali, l’erbe, Dio!

Anna Maria Ortese, Il mio paese è la notte, Empiria, 1996, pp. 92-93

Mentre Giovanni Cenacchi, alpinista, morto giovane, di malattia, autore del “Cammino tra le ombre”, citava una bellissima espressione di Dino Campana: «Chiedi che è così dolce sentirsi una goccia d’acqua una sola goccia ma che ha riflesso per un momento i raggi del sole» (Giovanni Cenacchi, I Monti Orfici di Dino Campana. Un saggio, dieci passeggiate, (con CD Rom) Edizioni Polistampa, Firenze 2003, pp. 78-79).

Montagne, luoghi di bellezza assoluta: schiacciante ed “estranea” per alcuni (Ortese); per altri, basta poco, magari anche poca vita, prima della morte, per accogliere e riflettere tale bellezza.

:-[i]-:
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  • Jewel47

    proprio ieri abbiamo parlato con max di walter benjamin e dlla sua sofferenza, in solitudine, pur che la realtà dei vinti che urlano e sanguinano ancora e sempre possa essere recisa di brutto.Tutti i tuoi scritti sul morire e le fotografie valgono a lavorare su se stessi, come voleva lui, allo scopo di vivere tra pareti trasparenti. Grazie. Ilia...

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