CORRISPONDENZE FOTOGRAFICHE | ALPI ORIENTALI
di Sabina Bollori
Tre giorni nelle Dolomiti Friulane, itinerario conosciuto solo su cartina, zaino bello pesante. Unico pensiero proprio il peso, la schiena, e trovare libero il bivacco per la notte. Autonomia per tre giorni, cibo per due.
Partiti da Forni di Sopra e su per la Val di Suola, passando per il rifugio Flaiban Pacherini, Passo Suola, Forcella Rua Alta, Casera Pramaggiore, 1812 m, dove pernottiamo.
Arriviamo dall’alto della Rua Alta; sotto di noi si intravede la piccola casera che fa da bivacco. Libera, fortunatamente. Arriviamo con un po’ di vento, tastando col piede gli ultimi sassi, passando sotto le fronde di radi larici. Un’ampia prateria dove non c’è nessuno, con stambecchi solitari che vengono a brucare qua attorno.
Basta allontanarsi un po’ dal gruppo per trovare il silenzio, la più grande bellezza della regione.
Di stambecchi salendo ne abbiamo già incontrati parecchi. Il primo, un maschio tranquillo, ce lo siamo trovati molto vicino, a una svolta di sentiero, prima che la nostra presenza lo allontanasse. Poi da lontano, poco sotto il Torrione Comici, una femmina con due piccoli che attraversa i ghiaioni, tenendosi sotto le roccette. Alla Forcella Rua Alta un’altra femmina, incuriosita, vicinissima, seguita a breve da due giovani baldanzosi, veloci a filarsela. E qui attorno alla casera pascola un grosso maschio, indisturbato.
Il bivacco è spartano, ma bastevole. Pochi metri quadrati scuriti dal fumo, una stufa a legna, tavolo, panche, qualche pentola per la stanza che fa da cucina. Di sopra un’altra piccola stanza per i quattro letti a castello. Con le due brande da stendere in cucina a fine serata fanno dieci posti in tutto.
Fa bene ogni tanto tornare ai nostri bisogni essenziali, le cose che ci servono per vivere. Acqua, calore, vestiti asciutti, cibo. E poi bellezza e silenzio.
L’acqua è a quindici minuti a piedi, in salita. Taniche per il rifornimento, vestiario di ricambio, sapone. Prima le donne. Mi aspettavo un semplice getto d’acqua, invece troviamo una grande fresca fontana. Verrebbe da buttarcisi dentro, tra il caldo del giorno e la polvere accumulata. Ci laviamo pelle, indumenti e fatica. Si ritorna rigenerate, divertite. Raccogliamo rami secchi, per ripristinare la scorta di legna della casera. Tra di noi c’è chi accende la stufa, chi cucina, chi spacca legna. Pastasciutta e salame cotto per tutti, più ciò che ognuno tira fuori dal suo zaino.
Scrivo distesa sul prato, a pancia in giù. A parte noi e gli animali, non c’è anima viva per chilometri. Coperte a prendere aria, roba lavata stesa in fantasiosi modi di fortuna, il bivacco ha preso vita, la casera pare spandersi intorno. È sceso il crepuscolo, comincia a fare freschino, ma c’è ancora sole sulle cime più alte. Oggi un caldo che coceva le pietre, litri e litri di acqua bevuta. È da un bel po’ di tempo che non sto a pancia in giù su un prato.
Le rocce in questa regione sono strane, una stratigrafia smossa, irregolare, che pare disorganizzata. Come se all’ultimo momento, qualcuno – con un giro di volta, un lesto colpo di mano – avesse interrotto la creazione, squassato le masse, rimescolato le forme, inframmezzato i contorni. Interrompendo un movimento, un’onda di innalzamento.
Ne escono ammassi che sembrano come confusi, spezzettati, come faticassero a trovare forma compiuta. Sconnesse e detritiche, queste montagne rendono il paesaggio molto più selvaggio di altri monti che l’abitudine ha addomesticato.
I grandi catini, i circhi glaciali che raccolgono deserti racchiusi di ghiaie e sfasciumi, mi attirano a volte più delle imponenti rocce sovrastanti. Amo il silenzio di luoghi come questi. Dove se solo un camoscio si muove, ne avverti la presenza ancor prima di vederlo.
Mi addormento al piacevole caldo secco della stufa, sotto una coperta lavorata dalle tarme, accanto alla roba stesa ad asciugare. Al mattino, prato rugiadoso e sole appena sorto, pettinarsi diventa quasi un gesto nuovo. È pieno di tane qui intorno, ma nessuna marmotta si è fatta vedere. Uno stambecco mattutino invece sì.
Saliamo alla Forcella Pramaggiore, fa caldo ma non ancora troppo. Un gruppetto punta alla Cima Pramaggiore, che da qui pare la cuspide di una piramide sgretolata, ma quando la vedremo poi da sotto, è una bella mole, 2478 m. Chi resta si gode il sole in forcella, a cavallo tra due mondi. Da un lato Croda del Sion, Cima di Val di Guerra e un intravisto Torrione Comici in primo piano, con distesa dolomitica, Pelmo e Antelao sullo sfondo; dall’altra parte, l’ampio catino verde di Pramaggiore e rilievi ben più lontani.
Si sta bene senza orologio. Il tempo scorre senza essere misurato. Un unico escursionista solitario incontrato stamattina. Ambiente perfetto per bestie e silenzio.
Voragini di silenzio che si aprono nei valloni, folate di silenzio che si insinuano nelle gole. Silenzio volante portato dal vento sopra e oltre le creste. Non è il silenzio vibrante del deserto. È un silenzio più leggero, aleggiante sopra i bacini pietrosi, le guglie screziate, le pareti poderose, i ghiaioni vasti e profondi. L’aria ti preavvisa quando stai per avvicinarti ad una forcella, molto prima di vederla. Montagne scomposte, aspre, selvagge. Non sono le forme pure di certe Dolomiti. Sono forme sgranate, frastagliate. Nella luce chiarissima di questi giorni caldi e privi di nuvole, appaiono a volte diafane, in controluce, leggere come carta velina, grigio azzurrine. In pieno sole riprendono volume, il grigio tende al bianco, si fa cipria, gesso. La superficie si rivela grattugiata, erosa; la roccia spessa.
Il silenzio regna sovrano.
Pramaggiore, la grande conca prativa che ci ha ospitato, è un nome che parla da sé. Alcuni nomi stupiscono, vedendo oggi la bellezza dei luoghi: Val di Guerra, Forcella dell’Inferno. Nulla hanno ora di terribile, ma devono pur essere stati tormento. La gran parte dei nomi di questi luoghi attraversati ha significati per me sconosciuti o solo indovinati, ma i loro suoni hanno lo stesso sapore delle rocce, aspro e sbriciolato: Rua, Flaiban, La Sidon, Mus, Brica, Truoi dai Sclops, Urtisiel, Giàf.
Percorso molto bello, su e giù da valli e forcelle, un paesaggio che cambia di continuo. Per ultimi i Monfalconi, una lunga catena tutta guglie e pinnacoli neanche fosse il duomo di Milano. Viene da pensare a montagne giovani, che acqua e gelo ancora non hanno levigato. O forse sono più vecchie, non so.
Alle rocce disgregate e ai detriti di falda si aggrappano i mughi, guadagnano anno dopo anno terreno. Numerosi anche oggi gli stambecchi, molte femmine con i giovani, in piccoli branchi. Si potrebbero osservare per ore, a brevissima distanza. Di certo loro osservano noi, perché ci hanno sorpreso in ben tre occasioni. Camminavamo senza sapere di essere seguiti da occhio animale.
Dalle pietraie di alta quota caliamo tra la vegetazione, nella morbida piana di Canpuròs. Per la sera ci fermiamo alla Casera Valbinon, due asini, un bel cane e un gestore trentenne che da sei anni ha voluto vivere qui d’estate, con un socio. Scendendo a valle e poi salendo a piedi con le provviste sugli asini ogni volta che serve, poiché non ci sono strade per arrivare alla casera.
Oltre al nostro gruppo c’è già una famiglia con bambini a cenare e pernottare.
Anche oggi siamo arrivati col vento, che agita rami di mughi, abeti, qualche pino silvestre, larici. Larici che già iniziano a cambiare colore, poco, appena un cenno, ma percettibile. Una nuova stagione in arrivo.
Alla Casera Valbinon, 1778 m, ognuno può aiutare e il far da sé è di casa. Il gestore prepara pastasciutta, mette in tavola lenticchie. Si cena tutti insieme, ci si passa le cose, si beve vino, che ieri sera non avevamo. C’è pasta abbondante, anche per gli ultimi arrivati, due giovani diretti in Slovenia. Orione invisibile alla sera si presenta a est alle cinque del mattino. Pentole di latte e tè sul tavolo, grande moka di caffè, abbondante colazione, si riparte.
Troppo breve la via del ritorno, la traversata in costa, la risalita alla Forcella Urtisiel e poi giù, lungo il grande ghiaione fino al rifugio Giaf.
Qui finisce il silenzio, riprende il mondo consueto. L’ulteriore discesa a Forni di Sopra è già parte di un muoversi solito, frequentato, dove il viaggio comincia a farsi racconto, conversazione tra amici. Un mondo da cui aquile e animali si tengono lontani. Noi, per pochi giorni almeno, li abbiamo avuti vicini.
:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze fotografiche / Immagini di Sabina Bollori e Graziano Colpo
copyright © 1999- Antersass Ricerca e DFG Culturale – all rights reserved
iborderline [MANIFESTO] conceived and directed by Alberto Peruffo
frontline // written by FRONTEdellaCULTURA & Selected Friends
corrispondenze // written and arranged by Blogger Storici di Intraisass + Explorers, our Readers / Alberto Peruffo, Andrea Gabrieli, Andrea Salvà, Antonello Romanazzi, Claudia Avventi, Carlo Caccia, Erik Mario Baumgarten, Flavio Faoro, Franco Michieli, Gabriele Villa, Gianpaolo Castellano, Giovanni Busato, Luca Visentini, Mario Crespan (1941-2011), Maurizio Mazzetto, Mauro Mazzetti, Melania Lunazzi
rifugi culturali // researched by Claudia Avventi & Alberto Peruffo
ixplorerswall // community's comments
iborderline general coordination by redazione@intraisass.it
web development fruktarbo.com