CORRISPONDENZE D’AUTORE | SOSTA MOBILE
Qualche tempo fa ho scritto di Spartaco, granitico professore amico ed implacabile compagno di cordata del metalmeccanico e del camionista. Adesso è il momento di Stefano, garbato professore, amico e gentile compagno di cordata del giornalista.
Se penso a Stefano, lo immagino sempre giovane; così lo vedo adesso, come lo vedevo venti anni fa, quando mi portava su la corda nelle mie prime scalate. Lui, esperto ed abile come può esserlo solo chi ha appena finito un corso di introduzione all’alpinismo.
Proprio con Stefano, a volte assieme al giornalista, ho vissuto le mie prime emozioni di vuoto, di esposizione, di quota. Aiutato da un fisico agile ed asciutto, è sempre salito con leggiadria ed eleganza, scalando placche tecniche come se camminasse con le mani in tasca.
Sono stato partecipe con lui, senza cellulari ed internet, di alcuni passaggi chiave nella sua vita: laurea, servizio civile, l’esperienza di lavoro al reparto video della FNAC; ed infine la nomina a professore, abilitazione e cattedra conseguite senza subire neanche un minuto di precariato.
A Stefano mi legano alcuni episodi vissuti assieme, quelle “avventure” che si raccontano in rifugio, alimentando la c.d. sindrome del reduce, e spesso il forzato interesse di chi è costretto ad ascoltare.
Come quella volta, quando abbiamo rocambolescamente portato a termine un salvataggio in parete, durante la salita di un seracco nel gruppo del Gran Paradiso. Ci siamo trovati noi, ghiacciatori novellini, ad attrezzare soste su ghiaccio per calare un ferito cazzuto ed un imbranato impaurito lungo uno scivolo di ghiaccio sugli 80/85° di pendenza. Avete presente Frankenstein Jr, quando Marty Feldman al cimitero esclama «Potrebbe andare peggio. Potrebbe anche piovere»?
Ecco, appesi al seracco, Stefano se ne uscì con «Cerchiamo di toglierci in fretta dalla m…». E la legge di Murphy si applicò implacabilmente ancora una volta… (solo tornati alla macchina scoprimmo che la materia prima era stata gentilmente e gratuitamente fornita dai visceri del metalmeccanico, che ci precedeva in cordata con il professore Spartaco).
Oppure quella volta a marzo, quando fuggito alle due dal lavoro, passai a prendere Stefano vicino a Savona, nella sede della Croce Rossa dove stava svolgendo il servizio civile. Raggiungemmo Finale di corsa, per arrampicare su una via storica aperta da Gianni Calcagno, giungendo in “vetta” al calar del sole, immersi in un ambiente dorato ed indimenticabile.
Ma veniamo all’oggi. Stefano non arrampica più, però va a scarpinare quando può. Ma non solo e per fortuna: ha continuato ad approfondire i suoi interessi – lasciatemi dire la sua cultura, spaziando dalla letteratura al cinema, dalla storia alla musica, dall’informatica alla pedagogia.
Complice l’iniziativa del giornalista, ci siamo rivisti in montagna attorno a Ferragosto. Abbiamo passato due giorni a camminare nelle Alpi Liguri, parlando e ragionando con gusto e competenza sui massimi sistemi; come vent’anni fa.
Strano davvero. Il “giovane” Stefano ha passato i quaranta, ed ha rischiato di diventare il professore di mio figlio; sarebbe stato intrigante, ma didatticamente poco opportuno. Ne siamo contenti tutti e due. Intanto, in attesa delle riforme scolastiche, sta preparando il concorso per Preside.
E poi ho avuto la mia meschina rivincita; ormai Stefano ha parecchi capelli grigi. Ma soprattutto, l’agile ed asciutto arrampicatore di vent’anni ha finalmente messo su un filo di pancetta.
Però sulle placche tecniche manderei avanti ancora lui.
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