Corrispondenze


12 set 2011, di Gabriele Villa

I chiodi “comunisti” di Miotto Franco

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

Ricordo ancora l’emozione quando, salendo fuori sentiero verso le Numerate di Rocca Pendice, passando sotto la via Nord, scorsi l’occhiello di un vecchio chiodo emergere dalla terra, lo dissotterrai e, una volta pulito, vi lessi una B stampigliata sulla testa.
Il mio pensiero andò subito ad Antonio Bettella, il fortissimo alpinista padovano, il cui nome avevo letto sulla guida dei Colli Euganei e di cui avevo tanto sentito parlare dagli arrampicatori del luogo che incontravo nella palestra delle Numerate.
Me lo immaginai alle prese con forgia, incudine e martello, pur sapendo bene che quel chiodo avrebbe potuto essere di chiunque altro avesse un nome che cominciava con la B, magari Bianchini, Barbiero o forse anche qualcun altro assolutamente sconosciuto.
Ero nei primissimi mesi della mia attività arrampicatoria e, da ingenuo neofita e vorace lettore di libri di alpinismo, pensavo e credevo che i “grandi alpinisti”  dovessero essere tutti alti, forti, rudi, magari boscaioli o fabbri, capaci di forgiarsi da soli i chiodi per le loro scalate.
Oggi sorrido della mia ingenuità di allora e, riguardando il chiodo che ancora conservo, valutandone foggia e peso, ritorno con la mente all’alpinismo anni trenta/quaranta, in una società meno ricca economicamente rispetto ad oggi nella quale molti alpinisti erano montanari  forse poveri di mezzi economici, ma ricchi di capacità manuali e di inventiva.
Negli anni successivi ho scoperto quanto la consuetudine di costruirsi da soli i chiodi artigianali fosse molto più diffusa di quanto avessi potuto immaginare, soprattutto nelle palestre di bassa quota, tra coloro che praticavano l’arrampicata artificiale che ne richiedeva un uso decisamente massiccio, fossero quelli a pressione (a sezione quadrata) che si trovavano alla Pietra di Bismantova, o quelli di ogni tipo (compresi tubi da idraulica o profilati di ferro) sulle pareti di Val Cismon, Valsugana e dintorni spesso frequentate da alpinisti non solo squattrinati, ma anche un po’ fuori dalle regole canoniche, decisamente naif, oltre che timorosi di “sottrazioni indebite” in parete.

Devo dire che tra tutte le storie sentite raccontare o lette sui libri di alpinismo quella che più mi aveva incuriosito e stupito era stata quella dei chiodi artigianali costruiti dal bellunese Franco Miotto, il quale addirittura vi stampigliava sopra non solo le sue iniziali ma (udite, udite) il simbolo dell’allora Partito Comunista Italiano, cioè una falce e martello.
Beh, chi l’avrebbe mai immaginato che l’avrei potuto conoscere di persona e farmi raccontare proprio da lui quella storia così strana e tanto buffa da apparire incredibile.
Due anni fa, quando con l’amico Fabrizio, andammo a Limana a casa da Miotto per invitarlo a tenere una serata in quel di Ferrara, non resistetti dal chiedergli uno di quei chiodi, ma non potei averlo perché “daghène a un, daghène a un altro, alla fìn no me n’é restà gnanca un”, disse e poi, forse vedendo la mia delusione, aggiunse “t’en fàze un e quando che vegno a Ferrara t’el pòrte”.
Era febbraio e la serata si tenne a ottobre, ma la prima cosa che fece Miotto quando ci rivedemmo a Ferrara fu proprio quella di mantenere la promessa e mi regalò il chiodo che aveva fabbricato apposta il giorno prima. Lo riconobbi subito, era uno di quelli della via sul Pelmo e Franco confermò. Me la ricordavo la storia di quel chiodo che Miotto ci aveva raccontato a febbraio a casa sua.

Mi avevano indirizzato verso la parete sud del Pelmo dopo che l’avevano consigliata anche a Reinhold Messner che l’aveva giudicata fattibile però con l’impiego di 150 chiodi a pressione che lui però non voleva usare.
Mi ero fidato del suggerimento e così abbiamo fatto un primo tentativo da cui però siamo tornati indietro rischiando tanto.
Allora sono andato sul Pelmetto e ho studiato attentamente la parete col cannocchiale e ho trovato la soluzione più a destra di dove mi avevano detto e siamo tornati, come dei poveracci e per di più d’inverno, ma in una settimana siamo andati fuori e senza nemmeno piantare un solo chiodo a pressione.
Avevo notato che era tutto giallo, quindi niente acqua, niente scanalature, allora ho fatto i chiodi per le fessurette utilizzando acciaio armonico; erano delle ‘fogliette’ su cui avevo poi realizzato due alette perchè si potessero appoggiare alla roccia, quindi fatto delle zigrinature con la mola per aumentare l’attrito sulla roccia.
Battevo dentro queste “fogliette”, riuscendo a piantarle anche nelle fessure cieche e montavo sulle staffe ‘senza gnanca respirare’ e andavo su a prendere gli appigli buoni. Quando Riccardo (Bee) li toglieva, magari si muovevano, ma la zigrinatura spesso resisteva e molti nemmeno si toglievano.

Ricordo ancora come avesse raccontato tutto d’un fiato quella storia e si coglieva nel vibrare della voce tutto l’orgoglio dell’alpinista che aveva impegnato non solo la forza fisica, ma aveva saputo studiare la montagna, intuendone i segreti e realizzando personalmente i chiodi utili per trovare la soluzione sia tecnica che etica.
Anche così ho avuto la conferma che gli alpinisti di un tempo non erano soltanto alti, forti, rudi, come ritenevo agli inizi della mia attività, non erano solo degli audaci, ma erano capaci di osservazioni acute e di intuizioni nei confronti della montagna che ne facevano spesso degli artisti del verticale.

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