Corrispondenze


6 set 2011, di Maurizio Mazzetto

Del morire – 3

CORRISPONDENZE D’AUTORE | PAROLE VERTICALI

Anch’io ho un gregario, oggi. Come i campioni del Tour de France, che, da Pinerolo, passeranno di qui, in Val Varaita, domani. Saliranno il Col dell’Agnello (a 2700 m), per poi, ritornati in Francia, salire l’Izoard e il Galibier e finire la tappa a Serre Chevalier.
Il mio speciale gregario si chiama Buck. Almeno così l’ho battezzato, in ricordo delle mie appassionate letture infantili di Jack London.

Se Buck dovesse morire oggi, non potrebbe dire di morire “solo come un cane”. E neppure potrei dirlo io. Siamo entrambi animali, e ci facciamo compagnia: io animale uomo, lui animale cane.
Mi ha raggiunto alla partenza del sentiero, dove inizia la Vallanta. Nella parte superiore della Valle si può vedere il Monviso da ovest, dal versante meno conosciuto. Ed è questa la mia meta.

Penso che Buck sia sceso da qualche malga, e, abbandonata la custodia delle mucche, si sia preso un giorno di ferie, strappando la corda che, momentaneamente, lo legava. Un piccolo pezzo, peraltro consunto, penzola dal suo collare. Sporco, come lui. Oppure Buck cerca un altro padrone, un nuovo capobranco. Magari non è trattato bene dal suo vero padrone. Ora ha voglia di giocare e di stare insieme con qualcuno di umano, non sempre e solo accudire silenziosamente le altre bestie. Ha bisogno di qualcuno che gli parli, non che gli dia ordini. Come faccio io. E lui mi segue. Anzi, mi precede. Senza staccarsi mai da me. Dove mi fermo, per tirare il fiato o per bere un po’, lui si ferma e mi aspetta. Poi ripartiamo insieme. Se si allontana, per fare una corsa, attratto da qualche rumore, o, soprattutto, odore, poi, prontamente e in gran velocità, mi raggiunge.

Così, oggi, non sono solo.
Giuseppe Mazzotti esaltava la solitudine:
«(…) e così, da soli, siamo nella migliore condizione per ascoltare e per intendere (diciamo proprio nel senso di capire) la nostra montagna. (…) Ma la cosa più affascinante dell’andar soli sui monti rimane il fatto di esser a tu per tu con la montagna, senza che alcuno turbi quella specie di muto colloquio che subito si stabilisce fra noi e l’ambiente in cui ci troviamo».
Poi, evidenziando l’altra faccia della realtà, scriveva in chiusura di quel capitolo: «Il fatto è che non può parlare, non può comunicare a nessuno quello che sente; ed è peccato consumare tutto per sé quello spettacolo: ‘Quanto sarebbe più bello se potessi dirlo a qualcuno…’: sì, la solitudine è – per stare alla stessa esperienza escursionistica ed alpinistica – una via (intermedia), mentre la vetta, cioè il fine, rimane sempre la comunicazione, l’incontro, la comunione» (Giuseppe Mazzotti, Virtù dell’andar soli, in Introduzione alla montagna, 1945).

Solitudine e comunione, una coppia inseparabile.
La prima fondamento della seconda.
«Ognuno è solo nel bozzolo dei suoi pensieri. La corda che li assicura rappresenta un legame soltanto immaginario tra quegli uomini. La solitudine di ognuno di loro non è comunicabile. E perciò neppure condivisibile. (…) È bene guardare la solitudine negli occhi, sopportarla, poi si sopporterà qualunque cosa. La solitudine è il fondo dei sentimenti umani. Più in basso non si può cadere. Chi la regge è salvo. Adesso può arrivare il mattino, dice Hermann a se stesso» (Kriemhild Buhl, Mio padre Hermann Buhl, CDA & Vivalda editori, 2009, p. 53).

Buck mi guarda negli occhi. Io ricambio lo sguardo, poiché esso cerca la comunione. Guardarsi negli occhi significa vedere la vita l’uno dell’altro. Tutta la vita: anche la morte, che ne fa parte. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…: non posso non rammentare, mentre cammino, questa poesia, di un autore, tra l’altro, di questa bella regione, che scopro e amo sempre di più. Forse lo sguardo è l’unica ancora di salvezza, che ci libera dalla paura (di morire).

La salita si fa sempre più impegnativa per me, perché, data la eccezionale limpidezza della giornata, desidero raggiungere il Passo Vallanta e, poi, il Col Losetta, a 3054 m, notevolissimo punto panoramico, che spazia in tutte le direzioni: dal vicino versante occidentale del Re di Pietra alle montagne francesi del Parco del Queyras.
Buck, ovviamente, fa molta meno fatica di me. Ogni volta che riprendo il cammino, dopo una sosta, mi si incolla dietro, mi annusa la pelle e mi da piccole leccate per imprimersi l’odore del mio corpo. In caso di allontanamento, o abbandono, farebbe presto a ritrovarmi.

Ora mi trovo sul sentiero alto che attraversa il vallone e punta verso il Passo Losetta. Non incontro anima viva, nonostante sia la seconda quindicina di luglio. Non me ne dispiaccio; anzi: è ciò che cercavo. Solo le marmotte, numerose qui, fanno capolino dalle tane, o, sparse sul pendio, con i loro fischi acuti si avvisano dell’avvicinarsi dei nostri corpi. Il vento di questi giorni, però, che soffia contro di noi, talora le sorprende, e capitiamo vicino a loro senza che se ne accorgano…

È così che avviene un fatto che mai avrei immaginato, tanto meno desiderato, per questa splendida escursione, in solitudine e in compagnia nello stesso tempo. Mentre, sullo stretto sentiero, mi appresto a superare un dosso, mi accorgo all’improvviso che Buck non è più con me. È schizzato via in un baleno. Sento le grida di allarme di tutte le marmotte, mi sporgo a guardare dove si trova il cane. A trenta metri da me, vedo Buck che ha tra i denti un piccolo di marmotta… Il cucciolo piange, mentre Buck lo scuote con forza. Le grida della bestiolina, mi impietriscono e impietosiscono. Poi, con voce forte, chiamo il “mio” Buck, cerco di farlo smettere: che lasci la preda! Invano. Finché non lo strazia e lo zittisce, uccidendolo, non mi ascolta. Passano pochi secondi. Per me molti. Quasi piango anch’io, come la piccola vittima. Pensavo che Buck volesse mangiarlo: lo vedevo, nelle soste, affamato, e mi sembrava in cerca di cibo. Invece no, voleva solo sangue, desideroso di aggredire qualcosa in movimento e di bloccarlo con la forza della sua agilità e del suo morso. «No! Buck! No!». Il mio fedele e tenero compagno ha ucciso. Ora depone l’animale proprio davanti alla tana, da dove il cucciolo si era, improvvidamente e di poco, allontanato.

La morte, proprio oggi, splendido giorno pieno di vita, è passata davanti ai miei occhi. Improvvisa. Violenta. Ha sconvolto la serenità e la bellezza di una giornata che ha compreso questo inaspettato incontro con un animale, come il cane, che ho sempre amato, e che, a casa, mi accompagna sempre tra le mie montagne. Ma “Buck” non è Lilla, la mia buona cagnetta. Lei ha un’altra impronta.

Non era, anche questa, la prima esperienza di tal genere. Come quella degli amici morti in montagna.
Mi era già successo, anni prima, in Val d’Aosta, di assistere all’aggressione di un piccolo di marmotta, da parte di un rapace (un’aquila?). Stavo camminando con i miei nipoti e mia madre, in un giorno di sosta dalle lunghe escursioni. Volevamo raggiungere una cascata e poi un bellissimo pianoro, poco lontani dal luogo dove alloggiavamo. Solo Laura, mia nipote, di 12 anni, mi era passata davanti. Io ero alle sue calcagna, e godevo nel vederla agile ed entusiasta ogni giorno del cammino. All’improvviso, davanti a noi di pochi metri, vediamo qualcosa che scende dal cielo, lasciando una piccola e fugace ombra. Quindi, in un batter d’occhio, si alza con una marmotta tra gli artigli. Ma non riesce a portarla via: di sicuro il rapace si è spaventato, al nostro arrivo. Lascia lì, sullo stretto sentiero, l’animale ferito. Noi ci avviciniamo, e ci consultiamo sul da farsi. Subito pensiamo di raccoglierlo: il taglio, sulla pancia, di lato, è ben visibile, ma, forse, non è mortale: un veterinario potrebbe salvare l’animale. Tentiamo di toccarlo, ma vediamo che si infastidisce, mostrandoci i denti aguzzi. Consideriamo, poi, che siamo in un Parco della regione, e che, di norma, non si possono asportare piante, fiori, animali. Così lo lasciamo al suo destino naturale. Questo animale era destinato ad esser il cibo per la vita del rapace. La morte fa parte della vita. Anche in questo senso.

Sta a noi, come si dice oggi, “elaborare questo lutto”: la perdita.
Soprattutto quella delle persone care, con le quali abbiamo condiviso molto nella nostra vita.
«‘Sei giovane’, mi è spesso stato detto dopo la scomparsa di Joe, ‘con il tempo supererai il dolore’. Quello che ho imparato, è che non si superano mai simili perdite: al contrario, si ricostruisce la propria vita attorno ad esse».
(Maria Coffey, Confine incerto. La passione per l’estremo attraverso gli occhi di chi resta, Corbaccio, 2001, p. 261)

Sono tornato, per altro sentiero, alla partenza. “Buck”, neanche dirlo, mi ha seguito, fino in fondo. Anzi, si accuccia vicino alla mia auto, sul margine della linea stradale. Aspetta qualcosa da me. Vorrebbe che ce ne andassimo insieme? Penso di sì. Ma non mi è possibile farlo.
In ogni caso, e in qualche modo, rimarremo insieme per sempre. Insieme e soli.

«Nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino, la trapezista dice all’angelo incarnato: ‘Con te finalmente posso essere sola’. È il vero dono di un amore. È come nella vita: bisogna sperimentare tutti i modi dell’essere. Da solo o nel deserto, in due o nella folla, il tema è sempre quello: essere soli, essere con l’altro» (Andrea Bocconi, Viaggiare e non partire, Guanda, Parma 2002, p. 131).

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