CORRISPONDENZE D’AUTORE | SOSTA MOBILE
Alessandro è un bel tipo. È arrivato tardi alla montagna – diciamo attorno ai trent’anni. Eppure ha bruciato le tappe, come si dice con ovvio luogo comune. Finito il corso ed in un paio di stagioni, ha cominciato a macinare montagne, montagne, montagne e ancora montagne.
Via via ha migliorato la sua tecnica e la sua preparazione fisica, per quanto di quest’ultima non si potesse già che dirne bene. È alto (anche se a me sembrano tutti alti…), magro e asciutto, capelli radi e occhi sgranati. Lo scrivo con affetto: se avesse i capelli lunghi fino alle spalle e baffi e pizzo, assomiglierebbe irresistibilmente a Yama, figlio di Mefisto (ignoranti di Tex Willer astenersi!).
A differenza però di questi padroni di arti malefiche, esperti nel seminare terrore con gli orrori della magia nera, Alessandro è profondamente religioso, cristiano cattolico e professante. Lo è in maniera discreta e quasi timida, timoroso di sembrare invadente. Ho conosciuto credenti che cercavano in tutti i modi di convertirmi, anche a forza ed invadendo il mio spazio culturale senza ritegno, convinti di avere Dio dalla loro parte, come ha scritto Bob Dylan. Fortunatamente Alessandro non è così; e lo stimo per questo. Sgrana il suo rosario in silenzio, sdraiato sulla cuccetta in rifugio o nel chiuso di un bivacco a più di 3000 metri di quota. Senza affettazione, senza protervia, senza imposizioni, senza arroganza. E allora ti aumenta il rispetto nei suoi confronti: forse quello è il modo migliore per testimoniare la propria Fede, per sé e per gli altri.
Per qualche strano mistero della sorte e del destino, è carabiniere. Faccio fatica – ma forse in fondo in fondo mi diverte lo strano contrasto – a pensarlo impegnato sulla strada, farsi largo fra pusher e prostitute a colpi di parabole e di segni della croce. Non lo immagino certo nelle vesti del capitano Ultimo; lo vedrei meglio come monsignore discreto, attento e partecipe alle necessità del gregge. Lo dico però con grande rispetto; non voglio che pensi che lo stia prendendo in giro. Al contrario.
Dopo un tentativo fallito l’anno scorso nel gruppo del Rosa (colpa mia!), qualche giorno fa abbiamo cavalcato insieme ad un’amica una splendida cresta che termina in cima al Gran Paradiso. Lui non conosceva quel magico ambiente della Valnontey, quelle montagne severe e poco conosciute perché fuori dai circuiti normali delle vette più alla moda e gettonate. Come in ogni occasione, ha dimostrato entusiasmo e stupore nel guardarsi attorno durante la lunga salita al bivacco Pol, con gli occhi già rivolti alle montagne soprastanti.
Durante la salita ha condotto nei tratti rocciosi delicati e difficili, espiando improbabili peccati ed incamerando nel contempo una buona scorta di fioretti a suo favore. Penitenza assicurata, che dà diritto ad un posto in Paradiso. Un Gran Paradiso, naturalmente…
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