Corrispondenze


26 ago 2011, di Gabriele Villa

Chi trova un amico trova un tesoro

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

Da ragazzotto, tanti anni fa, di fronte al saggio proverbio “chi trova un amico trova un tesoro” avrei subito pensato al mitico tesoro dell’isola dei pirati del celebre romanzo di Louis Stevenson che tanto aveva fatto volare la mia fantasia e arricchito il mio immaginario.
Oggi pensando all’amico del proverbio non penserei mai a monete d’oro, gioielli, pietre preziose, ma a tutt’altre cose perché l’esperienza di vita mi ha insegnato ben altri valori, soprattutto quello dell’amicizia la cui “preziosità” ha tutt’altro metro di misura.
A maggior ragione lo penso immaginando che il proverbio popolare tragga le sue origini in tempi lontani molto diversi dagli attuali, in una società prevalentemente contadina e agricola nella quale la preziosità di un amico si poteva misurare in un aiuto manuale, fisico e ben tangibile, piuttosto che nella classica “buona parola” quando si è in difficoltà, o in una generica vicinanza in un momento di difficoltà, la cosiddetta “ora del bisogno”.
Credo di averlo imparato a Pecol, negli anni giovanili, vedendo la gente aiutarsi, nella povertà di mezzi di quegli anni, ma con grande spirito di amicizia e l’esempio più evidente era quando qualcuno doveva andare “a far legne”, cioè tirare a casa il legname di spettanza che avrebbe garantito il combustibile naturale per il riscaldamento nei lunghi mesi invernali.
La vita mi ha dato modo di “ripassare quella lezione” quando, a distanza di oltre trent’anni, mi sono trovato a recarmi presso una malga di montagna ad aiutare un amico che, con la sua compagna, aveva lasciato la città per trasferirsi lassù a lavorare e a vivere tutto l’anno.
Era la primavera del 2004 quando Maurizio e Carla lasciarono Ferrara e se ne andarono a gestire Malga Sorgazza nel Tesino e, giustamente, gli amici ferraresi si recavano spesso lassù a trovarli, un po’ per trascorrere una giornata in montagna (la malga è a 1450 metri di quota) e molto per dare una mano a far legna perché c’era da garantire il riscaldamento per l’intero inverno imminente e quello per Maurizio era diventato l’assillo più importante.
La nostra era una specie di “armata Brancaleone” del bosco, tanta buona volontà, ma poca esperienza del mestiere. Tuttavia la scorta di legna era cresciuta, anche se non ancora a sufficienza, e il caso stava preparando una bella sorpresa al mio amico Maurizio e a Carla nel senso che stavano per trovare un tesoro sotto forma di un amico “prezioso”.

Per raccontare come sia nata questa amicizia prendo a prestito le parole di Paola Favero che è andata a sua volta a Malga Sorgazza per conoscere quella storia e raccontarla, alla sua maniera, in un articolo uscito sul mensile Alp di dicembre del 2007:

…la porta si apre ed entra un gigante: «Granello Doro! Come mai quassù?»
Intanto spieghiamo che il soggetto in questione, assolutamente “local”, è alto un metro e novanta, è forte, barbuto e si chiama davvero Granello Doro. Ma questo è niente.
Il nostro Granello è uno dei più bravi e noti boscaioli del Trentino che, dopo essersi specializzato in Svizzera, è oggi talmente abile e preparato da essere tra i più richiesti istruttori di taglio del Nord Italia.
«Ma tu com’è che sei diventato così amico di Carla e Maurizio?»
«Ben… intanto loro due anche se son di Ferrara sono proprio simpatici, e poi… come vuoi che facessi, che lo lasciassi là ad arrangiarsi da solo con la legna e tutto il resto? Ma se non era neanche bon di tagliarsi giù ‘na pianta! Cittadini po’… simpatici ma proprio “gnoranti” di quello che si deve fare in bosco!»
«Così gli hai insegnato a tagliarsi un albero, poi farlo a pezzi, spaccarlo… insomma, tutto!»
«Beh, non esageriamo… però adesso è quasi un montanaro e la legna sa farsela da solo… e non è poco.»
È Maurizio che racconta, più avanti, completando il quadro di come sia nata questa iniziazione.
«Quando siamo entrati un po’ in confidenza mi ha detto: “Se vuoi sopravvivere qui, prima devi saper fare il tuo lavoro e poi devi saper fare il tagliaboschi”. Non ci ho pensato un attimo e gli ho chiesto di insegnarmi tutto.»

Nelle estati del 2004 e 2005 mi ero recato spesso su alla Sorgazza, unendo tre piaceri: quello di trascorrere una giornata in montagna, quello di dare una mano a un amico, quello di rinverdire in miei ricordi delle giornate trascorse “a far legne” con gli zii a Pecol.
Nei primi tempi anche gli attrezzi (“le arte”, come li chiamava lo zio Mario) erano gli stessi dei tempi di Pecol: la sega per tagliare i tronchi, i cunei di ferro e la mazza per spaccare i “tocchi” più grossi e, infine, l’accetta per spaccare quelli più piccoli fino a misura di stufa.
Man mano che l’amicizia con Doro si consolidava e gli insegnamenti del “boscaiolo professionale” si travasavano su Maurizio anche l’attrezzatura di quest’ultimo evolveva e non solo il lavoro diventava meno artigianale, aumentava pure il diametro delle piante che ci recavamo ad abbattere nel bosco per poi trasportare i “tocchi” alla malga.
Mentre lavorava di motosega Maurizio mi parlava di “tacca direzionale” per far cadere la pianta nel modo voluto, e notavo che ciò che diceva corrispondeva a ciò che poi sarebbe accaduto.
Intanto le motoseghe erano diventate due perché ne aveva acquistato una seconda, assai più grande, in quanto la prima, al cospetto di quelle che avevo visto usare a Doro, sembrava proprio quella dei Puffi.
Succedeva abbastanza di frequente che, durante la giornata, Doro capitasse su in malga quando non era via per impegni di lavoro e così mi era pure capitato di assistere ad una di quelle lezioni.
Era stato una volta che la motosega aveva perso il tagliente della catena e così Doro aveva approfittato per far vedere a Maurizio come fare se ciò fosse successo nel bosco dove, ovviamente, non si ha a disposizione il banco da lavoro e quindi nemmeno una morsa.
Così aveva preso un “tocco” sul quale potersi sedere e ne aveva tagliato uno lungo circa il triplo posizionandolo di fronte all’altro e sul quale aveva ricavato un taglio con la motosega in modo che facesse da morsa alla stessa, infine, l’aveva spenta e, presa la lima, aveva pazientemente iniziato a rifare il filo al tagliente della catena.
In pratica con il legno stesso aveva ricavato banco da lavoro e morsa, perché, spiegava, «se te capita ‘n tel bosco no l’è che te pòl tornare a casa a guzàr la motosega».
Maurizio annuiva e lo si vedeva soddisfatto della nuova “lezione” dell’esperto Doro e questi, soddisfatto dell’attenzione, non si era fatto sfuggire l’occasione per una battuta e, tenendo la lima come fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra rivolta verso i suoi orchestrali, aveva concluso: «Perché la motosega la è come la fèmena, e se te la gùzi bèn, dopo la rende».
Impossibile non ridere alla battuta, perché anche nel dialetto ferrarese quel verbo, guzàr, si pronuncia nello stesso identico modo ed ha pure il medesimo doppio senso sessuale.

Beh, dagli inizi di quell’avventura di vita per Maurizio e Carla, sono passati sette anni e questo, come aveva saggiamente preconizzato Doro, perché sapevano fare il loro lavoro di accoglienza e ristorazione e poi perché Maurizio ha saputo diventare “tagliaboschi” e in questo lo stesso Doro ha avuto un ruolo fondamentale travasando il suo sapere per puro spirito di amicizia.
Se dovessi fare un esempio di ciò che vuol dire il detto “chi trova un amico trova un tesoro” racconterei questa storia e aggiungerei che nel caso di Maurizio non solo ha trovato un tesoro, ma pure un Granello Doro.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Foto Archivio Gabriele Villa.


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