CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE
Ci sono ricordi che a volte ci afferrano alla gola: sono immagini feroci, di fatti o persone che ci hanno segnato nel profondo e a cui ci rivolgiamo con rispetto se non, addirittura, col timore di venirne travolti; altri ricordi hanno invece il sapore di un piatto gustato in compagnia di amici: ritornano a galla improvvisamente, anche dopo molti anni, ma serbano intatto il gusto antico del vissuto reale e portano anzi una gioia nuova, distillata e preziosa com’è una bottiglia di vino buono lasciato ad invecchiare in cantina; infine ci sono ricordi lievi, di esperienze ripetute più volte nella vita, memorie che tendono a perdere i loro già labili confini per fondersi ad altri incontri, ad altri episodi simili, ad altri volti.
Ecco, a quest’ultimo genere di ricordi appartengono quelli legati alle mie esperienze di campeggi estivi in montagna. Le emozioni vissute e registrate dalla memoria ad ogni anno che passa tendono a sovrapporsi, a dilatare i confini del tempo in cui sono state per diffondersi gradualmente, leggere e penetranti come l’odore dell’erba falciata a maggio tra i miei colli.
Sono ormai diversi anni che d’estate salgo sulle Dolomiti. No, non per semplice riposo, non solo. Soprattutto per fare l’animatore nel campeggio di una parrocchia di valle non lontana dalla mia e che mi ha sempre accolto con disponibilità.
La meta è la val zoldana, sorella triste delle vallate dolomitiche più frequentate e turistiche. Quanti incontri, quante esperienze in questa valle! Stretta e scura, per un gran tratto essa sembra condurre una vita a sé, lontana dai grandi circuiti di villeggianti, chiusa da una selva di vette dai nomi più o meno celebri. A sud il leggendario Bosconero, a nord il trono massiccio del Pelmo, “caregòto di Dio”; infine, a chiudere il cerchio, i gruppi del Civetta (o della Civetta) e, oltre la depressione di passo Duran, del San Sebastiano, proprio sopra il campeggio.
Oggi, in un mattino di ferragosto grigio e più fresco rispetto all’afa dei giorni passati, mentre tra le contrade del paese risuonano i richiami delle cicale, mi trovo a ricordare. Tra qualche ora colonne infinite di auto ingombreranno le autostrade per il consueto “controesodo”; domani, mentre in alto si riprenderà a parlare di crisi, di mercati, per molti l’illusione di una breve giornata di pausa sarà già svanita di fronte alle incombenze del lavoro e dei problemi quotidiani.
In mezzo a questi pensieri affannosi il ricordo che vorrei raccontare riemerge a fatica, ma riemerge. È una passeggiata, una delle numerose ascese al rifugio Coldai, ai piedi della Civetta, metri sul livello del mare duemilacentotrentadue. I contorni del ricordo però, come dicevo, sono labili, soffusi. Ogni anno tende a sovrapporsi col precedente e col successivo. Ora rivedo l’arrivo a Palafavera, ora la partenza, ora la salita fino a Malga Pioda. Tempo di percorrenza: cinquanta minuti, a volte quaranta, un anno addirittura trentacinuque, un’eccezione dovuta alla fretta di Giorgio, maestro di quei luoghi, che ci guidava per percorrere l’anello nord del gruppo, dal Coldai fino a Passo Duran. Quanto tempo sarà passato? Almeno otto, forse nove anni. I ricordi vorticano, si contorcono e si distendono in un girotondo senza fine…
Dalla Malga Pioda al rifugio altri cinquanta minuti scarsi. Ormai coi ragazzi più grandi il sentiero si prende d’assalto, in ascesa quanto in discesa. Si può salire in trentacinque-quaranta minuti, e senza sfinirsi. Per scendere anche dieci minuti, prendendola di corsa e rischiando di rompersi una gamba. Ma a volte qualche bravata è concessa ai giovani.
Si sale e il ricordo inquadra ora il Pelmo, alle nostre spalle, ora il sentiero. Pochi istanti e la malga è soltanto un puntolino in fondo alla valle e con essa pure l’immagine delle vacche al pascolo e del loro misterioso guardiano, un marocchino che sembra piombato dall’Atlante africano per volere diretto del Sole. Come ci insegna l’Odissea, antico poema d’occidente, spesso le vacche appartengono a lui, carrettiere mai stracco della luce che illumina le nostre giornate.
Quindi dai ricordi appaiono il rifugio, sede consueta per coloro che salgono la Civetta attraverso la ferrata “degli alleghesi”, e, poco oltre, non più di un quarto d’ora-venti minuti prendendosela comoda, la forcella Coldai o, come la chiamo io, la “forcella Paradiso”
Ad alcuni potrà sembrare una romanticheria, per me non lo è. Salire, passo dopo passo, verso il culmine, è una sensazione davvero “oltre”. La vista inquadra a poco a poco l’orizzonte che ad ogni metro si scopre e si arricchisce di nuovi particolari. Prima solo il cielo, poi cime che acquistano forma e nome, quindi il laghetto Coldai una cinquantina di metri più in basso. In lontananza, i fianchi boscosi e i prati che digradano verso il fondovalle e i suoi paesi. Uno sguardo sull’infinito: non saprei come definire altrimenti lo stato di benessere che provo in quei pochi istanti di salita. Dev’essere davvero un piccolo anticipo di beatitudine.
Infine ecco il ricordo per cui stamane scrivo, proprio lì, sulla forcella. Siamo ormai al ritorno dall’escursione, dopo i panini divorati in riva al laghetto e l’immancabile granatina con la neve dei canaloni sottostanti la parete nord. Non ricordo con esattezza chi fossero i colleghi animatori, né di chi fu l’idea di partire a cantare. So che prima di scendere ci fermammo un minuto in più sulla forcella. Lì, con lo sguardo rivolto alla Marmolada, regina sofferente di queste Dolomiti del ventunesimo secolo, intonammo Signore delle cime. La scelta del canto ci parve d’obbligo e il tempo sembrò voler accompagnarci con una coltre di nuvole che oscurò il sole per qualche istante. Signore delle cime, il canto più celebre di Bepi De Marzi, scritto nel lontano 1958 a ricordo di Bepi Bertagnoli, morto alla mia età sul Carega, nel vicentino, qualche anno prima.
Cantavamo piano, sottovoce quasi, senza fretta, senza parti stabilite, col cuore in tumulto per l’emozione che quel momento ci dava.
Dio del cielo, Signore delle cime,
un nostro amico hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo, ma ti preghiamo:
su nel Paradiso, su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne.
All’attacco della seconda strofa provai un’emozione ancora più forte. Quel canto divenuto famoso in tutto il mondo, spesso persino abusato, cantato o suonato ai funerali, da moltissimi amato, rifiutato da qualcuno, mi scavava dentro. Partimmo ed ecco l’invocazione dolcissima a Maria.
Santa Maria, Signora della neve,
copri col bianco, soffice mantello,
il nostro amico, il nostro fratello.
Su nel Paradiso, su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne…
Sì, è questa emozione che ancora mi torna. Questa, nonostante il tempo che lima e spiana i confini dei ricordi, è rimasta la stessa, unita alla sorpresa che seguì qualche istante dopo. Finimmo infatti di cantare e ci voltammo. Intorno a noi si era formata una piccola folla di persone. Avevano ascoltato in silenzio, qualcuno s’era unito al nostro coro improvvisato senza che ce ne accorgessimo. Tra i presenti si avvicinò un vecchio alpinista. Doveva aver passato i sessanta, grigia e folta la barba e rughe profonde scolpite sulla fronte. Aveva gli occhi lucidi.
«Erano anni che non sentivo questo canto. E mai mi aveva emozionato così» disse con un filo di voce.
Alle sue parole non sapemmo che rispondere. Ci guardammo imbarazzati e increduli, cercando di ricambiare con un “grazie” le sue parole. Infine tutti assieme, senza parlare, ci avviammo verso il rifugio.
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