CORRISPONDENZE FOTOGRAFICHE | CORDILLERA BLANCA
di Sabina Bollori
Luglio 2009. Abbiamo preso velocemente confidenza con un negozietto a Marcarà di fronte alla chiesa. Quattro metri quadrati e un unico tavolino all’angolo con due sedie. Bibite, patatine, biscotti in tanti pacchetti colorati impilati sugli scaffali, accanto a grandi sacchi accatastati di sale. Ci facciamo una birra scura in un pomeriggio assolato e magnifico, sotto al Huascarán. Il proprietario, alto un metro e cinquanta, avanti in età, pelle color rame brunito, sorride. Mentre usciamo mi saluta chiamandomi mamita, un termine affettuoso. Siamo qui da tre giorni, trentasei ore di viaggio per arrivare, e pare già di abitare.
Abbiamo familiarizzato con la zona, girovagato per il paese, assaggiato un po’ di altezze. La Cordillera Negra, questo serpentone bruno scuro, lento animale rugoso, che si lascia calpestare riempendoci fino alle ginocchia di polvere rosso bruna. A ridosso del deserto costiero, la Negra non cattura umidità e si ritrova brulla e arsa, bruciata dal sole.
Da qui la vista spazia sul Callejón de Huaylas e sulla Cordillera Blanca. Campi coltivati quasi fino a 4000 m, cereali, patate, fave, piselli. Bassi eucalipti azzurri, le foglie rovesciate dal vento. Alti eucalipti verde giada, svettanti nel cielo. Agavi gigantesche. Limoni. Animali in giro nei campi. Se ne trovano dappertutto: pecore, mucche, asini, maialini. Case di adobe e tetto di coppi. Ogni tanto si incontrano, lungo le strade e nei campi, distese di mattoni a cuocere nel sole. Piccoli villaggi, orti e cortili, sempre circondati da bambini.
E sopra, le montagne. Sembrano quasi direttamente ghiacciai, senza preludio di roccia. Loro, queste regine della Cordillera Blanca. Huascarán, Huandoy, Copa. Meraviglie di ghiaccio scolpito che pare di poter toccare con la mano. Aria assolata, che scotta la pelle. Aria frizzante, che viene dai ghiacci. Paesaggio largo, poderoso, imponente. Paesaggio di contrasti che si toccano: estate e inverno, calore e ghiaccio, coltivato e selvaggio. Sono le prime impressioni, camminando a piedi tra queste due Cordigliere sorelle, che corrono affiancate all’arsa costa del Pacifico.
Siamo alloggiati nella vecchia casa delle Guide Don Bosco a Marcarà e da lì partiamo per le escursioni giornaliere di acclimatazione prima del trekking. Al nostro ritorno alloggeremo nel Centro di Andinismo Renato Casarotto, costruito con il sostegno finanziario delle Sezioni Vicentine del CAI. Una bella struttura, accogliente, inaugurata il 18 luglio 2009. Novità assoluta per le stradine di Marcarà, 1100 abitanti e nessuna cartolina. Novità grande per i giovani della zona che si sono formati come guide di alta montagna grazie ad un progetto dell’Operazione Mato Grosso. Una diversa possibilità di formazione, di lavoro e di vita.
Intanto facciamo conoscenza con le interessanti cittadine lungo la valle del Rio Santa e con Huaraz, 80.000 abitanti, il centro più grosso dell’area. Dove si trova un interessante museo archeologico, ogni sorta di negozi, e donne per strada che vendono uova di quaglia sode e fumanti, in sacchettini di nylon per pochi soles.
La bellezza delle Cordilleras è un’unica cosa con questi ambienti. Partire da qui, dalle strade assolate e silenziose, dai mercati vivaci, dal contatto con persone che non sono mai affannate, è respirare un ritmo e un’atmosfera cui non siamo abituati, che ci conquista.
Il trekking Los Cedros – Alpamayo inizia con una bella scarrozzata di quattro ore fino a Hualcayan, dove ci attendono irrequieti gli asini e ci accoglie una frotta di bambini. A mezzogiorno e oltre 3100 m il sole picchia. Partiamo volentieri, con la voglia di portarci su e di iniziare questo cammino. Risaliamo il lungo costone per un comodo sentiero a tornanti. Il terreno appare molto secco, ma si incontrano numerosi corsi d’acqua. Lungo tutto l’itinerario del trekking troveremo spesso opere di canalizzazione idraulica, anche a quote molto elevate. Vegetazione secca e scarsa, punteggiata di lupini selvatici, grosse infiorescenze blu e azzurre. Una varietà domestica di questi legumi viene coltivata alle quote più basse. Vanno bolliti per cinque ore e lasciati riposare in acqua tre giorni, per toglierne il gusto amaro.
Dall’alto del sentiero la vista s’allarga, gli appezzamenti coltivati sono incastonati uno all’altro in un reticolo geometrico di giallo, bruno, ocra sul vasto terrapieno che s’affaccia a valle.
La Cordillera Negra sta di fronte e ci fa compagnia mentre saliamo, come una grossa testuggine marrone scuro, sonnolenta e sorniona. Il primo campo a Wishcash, 4350 m, è esposto su un costone privo di alberi e di rocce, unica area in cui la dorsale si accascia un po’ e consente di accogliere le tende. Ruscello vicino e primo veloce bucato. Oltre al nostro gruppo di dieci persone sono accampati una famiglia di francesi con due ragazzi e un gruppetto di israeliani. Abbiamo con noi due guide dell’Associazione Don Bosco 6000, un cuoco e un assistente di cucina, tre arrieros, sedici muli, un cavallo di emergenza. E quattro galline che la sera scorazzano per il campo e di giorno sono trasportate in cassette dai muli, destinate a finire in pentola nel corso del viaggio.
Il giorno seguente, con un lungo giro, arriviamo nel cuore dell’ambiente andino di alta quota, fatto di rocce, lagune, ghiacciai sempre in vista. Lagune che cambiano ogni volta colore: smeraldo, acqua marina, turchese, blu cupo, verde scuro.
La fatica della salita incolla gli occhi al suolo, da dove spunta una flora tenace, tra pietre e rocce levigate di granito. Osoruri è il valico più alto di tutto il trekking, 4860 m. Piantine che fanno capolino tra i sassi e che paiono arrivare dritte dritte dalla vegetazione primordiale. Tappeti di muschio intessuti a mosaico o gonfi come cuscini, ingannevolmente morbidi, e in realtà coriacei. Ogni stelo d’erba è secco, pungente, solido. Piante che hanno attraversato millenni di adattamenti per farsi foglia pelosa, fiore senza stelo, ruvida spina, pur di sopravvivere alle alte quote, agli ambienti estremi.
Le prime notti sono inquiete, il corpo rifugge dall’abituarsi a freddo e insonnia, insofferente a spazi angusti. Ma ogni nuovo giorno fa venire voglia di mettere il naso fuori, rimettersi in moto.
I passi e le valli si susseguono sempre sotto al limite delle nevi, in questo trekking che è una lunga traversata semicircolare, dove ogni giorno o anche più volte al giorno si valica e ci si immerge in un’altra vallata, un nuovo paesaggio, altre cime, morene e nevai. È proprio l’anima della Cordillera Blanca. Grandi piramidi innevate, cime che spuntano ad ogni nuovo angolo, ghiacciai sospesi sopra le rocce, stratificazioni rialzate a onde o di taglio. Paesaggi severi quanto più sale, ma che si addolciscono ad ogni nuovo passo, non appena ci si immette in una nuova valle.
Si chiamano pampas, queste enormi bellissime praterie che variano di colore sui toni giallo, verde, ocra. Vallate steppose, tappeti erbosi animati da grandi ciuffi di steli lucenti, solcati da meandri luccicanti. Qualche gregge di pecore o alpaca, rari cavalli, mucche. Pochi ragazzi o donne a pascolare le greggi e nessun villaggio nelle vicinanze. Un itinerario remoto e pressoché disabitato. La popolazione quando si incontra è sempre mite e disposta alla parola. Dove c’è un villaggio, nugoli di bambini in avanscoperta. Da sei a dieci figli per famiglia.
Itinerario poco frequentato anche come trekking. È il suo grande fascino. Solo vicino a Ruinapampa ci sono abitazioni con una decina di famiglie, a giorni di cammino dal più vicino centro abitato. La maestra elementare arriva a cavallo il lunedì e riparte il venerdì.
Spesso camminiamo col sole, qualche rara volta alle quote più alte con leggera pioggia o neve, di breve durata. Il clima è ottimo, la temperatura scende attorno allo zero di notte, ma di giorno si sta bene e si cammina volentieri.
Oramai ce la caviamo con le salite, dopo i primi giorni di insonnia e fatica. Superato il Passo Yanacon, 4610 m, tutto un altro paesaggio rispetto alle pampas cui ci siamo abituati. È la Quebrada Yanajanca. Ghiacciai e seracchi affacciati sopra una distesa di lupini blu, rocce rossastre, muschi e licheni, in un dopo pioggia che esalta ogni colore. Una gola larga e massiccia, a pareti brune levigate, possenti, da cui scaturiscono sottili cascate filanti. Fondovalle prativo e laguna smeraldo. Ti guardi intorno e indovini il movimento degli antichi ghiacciai, la geologia che ancor oggi lentamente modella queste forme. Un paesaggio che ha qualcosa di primordiale e lussureggiante insieme. Un Perù neanche lontanamente immaginato.
Come ulteriore premio, a sera, Jancapampa. Guadiamo a piedi nudi per raggiungere il campo. Il posto più bello per sostare. Lunga passeggiata prima di cena su fino alle morene, e poi seguendo il corso del torrente, affondando i piedi nell’erba molle della torbiera, fin dove le gambe e il cuore han voglia di andare.
A Jancapampa c’è maggior movimento di locali. Le donne del posto ci attendono sedute per terra davanti alle tende appena montate per venderci della birra. Siamo gli unici possibili clienti, oltre alla famiglia francese accampata poco lontano. Bambini si affollano curiosi intorno. Mezz’ora di cammino a piedi per arrivare a scuola ogni mattina. Chiacchieriamo di cosa studiano, ci elencano i numeri in inglese.
Si improvvisano due belle partite di pallone: ragazzini del posto, i due ragazzi francesi, i nostri arrieros e guide, alcuni del nostro gruppo. La ragazza francese gioca in porta, unica componente femminile delle due squadre. Parliamo, disegniamo, gustiamo la sera, sotto la bastionata di roccia e ghiaccio del Pucajirca. Come avere un ghiacciaio per vicino di casa.
Ogni giorno in cammino è la bellezza di tutti i trekking, con paesaggi, valli, montagne che ti porti dietro e si mescolano uno all’altro, anche a distanza di mesi, anni. Succede così anche per le vie di Marcarà, il camminare tranquilli per strada rispondendo a un buena noche, o stare seduti fuori a guardare il grande massiccio del Huascàran che s’arrossa.
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