CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE
È un giugno bizzarro quello che da qualche giorno ha preso avvio. Ne ho parlato con mio padre e anche lui ha ammesso che da tempo non se ne vedevano così. Se per ora infatti non si è vista l’afa pesante degli scorsi anni, quella che rendeva irrespirabile l’aria e faceva scattare le prime emergenze in città, neppure si ricordava un finire di primavera così piovoso. Non si tratta poi solamente della quantità di pioggia, ma del modo in cui si verificano le precipitazioni: all’imbrunire, dopo il sole caldo del giorno. I cumuli si addensano in pochi minuti, il cielo s’incupisce, si alza il vento, rombano i tuoni, poi le prime gocce e quindi uno, due, tre scrosci. Infine tutto si rischiara e nel cielo limpido s’intravedono le prime stelle. Così da qualche giorno.
Oggi invece il temporale è arrivato di pomeriggio, senza farsi annunciare. È durato non più d’un quarto d’ora, lasciando poi dietro di sé uno splendido arcobaleno in direzione dei Berici, uno spettacolo che i bambini del paese hanno salutato con un’allegra baraonda di esclamazioni.
«Guardate, lassù!»
«Evviva, eccolo, eccolo!»
«Ma è grandissimo!»
Anche per me, dopo una giornata trascorsa nel chiuso di camera mia a preparare gli ultimi esami, quell’arcobaleno ha rappresentato un’inattesa, gradita sorpresa. Mi è parso anzi, assieme alle grida gioiose dei piccoli paesani, un segno, come un piccolo invito ad uscire di casa per respirare una boccata d’aria fresca. E l’avrei fatto volentieri! Non fosse stato per le numerose pagine che mi mancavano per raggiungere la quota giornaliera di studio, me ne sarei andato subito. Ma si sa, a volte è il senso del dovere a prevalere. Così ho deciso di uscire dopo cena, come amo fare, soprattutto d’autunno e d’inverno. Mi sarei preso del tempo e non avrei avuto l’ansia di ritornare per terminare un lavoro lasciato in sospeso.
Le sere di giugno sono così: concedono tempo. La luce che si mantiene viva fino a tardi permette di affrontare passeggiate anche piuttosto lunghe e tra l’aria rinfrescata dei colli, tra le fronde mosse dal vento, tra il concerto dei grilli e gli ultimi richiami del cuculo, il pensiero si distende, lasciando sfumare i quotidiani affanni. Non ci sono più le telefonate, i messaggi digitati in fretta sul telefonino, le code ai semafori o le attese snervanti nelle stazioni; tutto passa, sospinto via come una foglia caduta. Restano i rumori naturali e, quando anch’essi tacciono, il silenzio, quello che fatichiamo così spesso ad ascoltare e che è così raro nelle nostre giornate. Il silenzio che non teme e non si fa temere, il silenzio in cui possono mettere radici le molteplici esperienze che viviamo giorno per giorno e in cui possono ritrovare vita anche le antiche storie: personali, di famiglia, di paese, vissute o ascoltate, frutto di ricordi, di incontri, di amicizie, di amori. Le storie attendono il silenzio per tornare a galla…
A questo pensavo mentre camminavo lungo la strada che conduce ai Bernuffi. È una strada piuttosto larga, una piatta fetta d’asfalto stesa negli anni Settanta in luogo dell’antica via sterrata.
Sovrasta il paese, si lascia alle spalle il campanile, quindi volge a nord ovest, attraversa la Bocca della Mola e digrada sino alla chiesetta della Madonna di Lourdes, centro dei Bernuffi. Mi ero ripromesso di arrivare proprio fin là e magari di gustare il tramonto seduto su una delle panchine antistanti la chiesa. Invece, una volta giunto alla Bocca, ho rallentato e sono rimasto ad osservare il pianoro che separa i due rami del monte Costi. Due automobili sono passate velocemente sulla strada, a pochi passi da me. Le ho guardate appena, perso ad inseguire i pensieri che mi fluivano in testa completando e arricchendo quanto andavo studiando con lo sguardo.
Davanti a me stava la spianata che divide in due il colle, segnata dalla strada moderna da una parte e dall’altra da un ramo superstite di quella antica; al centro, nel punto in cui si forma una piccola conca, un pezzo di terra quest’anno seminato ad orzo. È quella la cosiddetta “mola”, pensavo, il punto in cui nei periodi di maggior piovosità, l’acqua ristagna. Come mi ha spiegato un amico che si occupa di etimologie e di antichi nomi, “mola” deriva dal latino “mollis”, che significa appunto “molle”, in riferimento al terreno bagnato dalle frequenti piogge. “Bocca” significa “passo”. Basta unirle per trovare descritto perfettamente il luogo che mi stava innanzi. Spesso scavare nei nomi, specie nei toponimi, ci racconta chi siamo stati, e forse chi siamo ancora.
Non si tratta però solo di derivazioni. Quel terreno rappresenta anche una delle testimonianze più antiche dei nostri colli. In un documento del 1206 sta scritto infatti che il titolare della Chiesa di Vicenza, Uberto, al fine di estinguere l’enorme debito in cui versava l’episcopato, ottenne dal patriarca di Aquileia di vendere alcune proprietà vescovili, tra cui un lotto che, comprendendo i territori di Montemezzo, Monteviale e Gambugliano, proseguiva attraverso la valle e i colli “sino alla Valle Bona […] e dalla stessa Valle Bona risalendo per il Turrino sino a Bocca delle Mole”.
Il documento rivela l’importanza che già allora rivestiva il sito, per secoli importante punto di passaggio per coloro che dalla Valle dell’Agno scendevano verso Vicenza. È forse per questo che qualche secolo dopo la comunità di S. Urbano costruì in loco un Oratorio?
Rimasto in piedi fino alla fine del XIX secolo, l’edificio era dedicato alla Madonna di Monte Berico e, come racconta Agostino Agosti nel suo Memorie storiche di Montecchio Maggiore, edito nel 1909, «i continui passeggieri (sic!) venendo da Recoaro e Valdagno per andare a Vicenza, vi facevano molte elemosine».
Oggi, complice anche l’allargamento della strada, non resta più alcuna traccia dell’antico edificio, se non nelle memorie di pochi vecchi del paese. Mio nonno lo chiamava il capitèlo vecio.
«Su, al capitèlo vecio» diceva quando raccontava d’esser stato ad aiutare l’amico Fiorindo al campo presso la “Bocca”. Ancora un volta sono i nomi a salvare le memorie e a dirci il passato. Ma quando non ci saranno più gli ultimi a ricordare?
Non ho voluto rispondermi: la serata era bella e non valeva la pena guastarla con considerazioni pessimistiche maturate da troppo studio. Così sono tornato ad osservare. Il cielo imbruniva rapidamente e verso la Valle dell’Agno già si intravedevano le prime luci di lampioni e locali.
Un’ultima auto è passata lungo la strada. Appena mi ha intravisto ha abbassato i fari. Io non ci ho fatto caso; mi sono voltato e ho ripreso il cammino verso casa.
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