CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE
Ad Antonio e Thomas
La strada è un nero grumo d’asfalto. Si inerpica attraverso la montagna alternando brevi rettilinei a vorticosi tornanti tra i boschi di abete e, più in alto, tra l’erba vergine che circonda il passo. Lassù l’aria che si respira è leggera e frizzante. Il ragazzo lo sa, conosce bene queste zone, da quando, bambino, vi saliva assieme a suo padre. Allora era bello osservare i prati, ascoltare il richiamo degli uccelli tra le crode, ammirare i paesi che si intravedevano appena nel fondovalle, sentire in faccia il pizzicore del vento e il calore del sole. Ma ora il ragazzo è cresciuto e non può fermarsi ad osservare le meraviglie imparate da bambino. Può soltanto, al massimo, immaginarle, ma solo per un istante, prima che il pensiero ritorni sotto il peso della fatica. Ora soltanto il passo conta: la salita, il falsopiano, infine i tornanti della discesa, l’ultimo tratto prima di…
No, non può nemmeno pensarlo. Tiene lo sguardo fisso alla strada, ne penetra con lo sguardo ogni crepa, ogni particolare, quasi volesse contare ad uno ad uno i granelli di ghiaino che la ingombrano, ultimo ricordo dell’inverno ormai trascorso. Ma anche questo non è che un pensiero, una folata di vento del mattino che colpisce e scivola via. È il passo che conta, l’obbiettivo verso cui il muso della bicicletta tende accanitamente.
Attorno a lui il bosco fiorisce di primavera. Poco distante dalla strada, nei pressi dell’ennesimo tornante, un torrente precipita in una serie di piccole cascate. L’acqua scroscia e gorgoglia. Il ragazzo fa appena in tempo ad accorgersene che già la curva è scomparsa dietro la bicicletta.
Quante cose potrebbe fare se solo si fermasse! Ascoltare l’acqua, gustarne la freschezza, poi distendersi al sole come una lucertola, lasciandosi vivere…
Ma vent’anni si hanno una volta sola nella vita e questo è il suo tempo, l’occasione che gli è stata offerta. Molti vorrebbero arrivare dove lui con fatica è riuscito ormai a giungere, altri lo sogneranno per tutta la vita, invano. Quando il destino offre la mano dobbiamo afferrarla!
Questo ripeteva sempre Gianni, il suo vecchio allenatore. E poi alla fatica seguirà il premio sospirato, allo stesso modo in cui a quella dannata salita seguirà la discesa, con l’inebriante vertigine della velocità, la “cavalcata del vento”, come ancora affermava Gianni. Infine l’arrivo… Ecco perché il ragazzo non può fermarsi, ma solo proseguire, pedalata dopo pedalata, cercando di pregustare l’ebbrezza che seguirà di lì a poco.
Vent’anni si hanno una volta sola nella vita. Questo pensa il ragazzo mentre sterza all’ennesimo tornante. Questo sembra ripetere lo sguardo limpido della ragazza seduta al suo fianco. Questo ciò che ha pensato mentre quei cretini vestiti di arancio gli urlavano contro.
«Che imbecilli!» pensa.
Ma sarebbe stato un imbecille peggiore lui a fermarsi. Con una macchina così, con una ragazza che tutti gli invidiano…
No, non si fermerebbe per niente al mondo. Mai.
«Chissà poi cosa volevano quei tipi» sussurra la ragazza con fare ingenuo. Il ragazzo la guarda, abbozza un sorriso di sfida e preme con forza l’acceleratore.
«Non me ne frega niente» esclama con fare superiore. Il motore romba, rompendo il silenzio del bosco e coprendo lo scroscio di un torrente che incrocia a tratti la carreggiata.
«Arriviamo al passo, poi vedrai come la farò correre» soggiunge il ragazzo.
E mentre pronuncia queste parole già pregusta il sapore della propria vittoria.
Non è lontana ormai. Questione di pochi chilometri. Il traguardo, la vittoria, la gioia di un titolo di cui ancora esita a pronunciare il nome, per paura che qualcosa possa andare storto. È accaduto ancora, dopotutto: un’imperfezione dell’asfalto, un chiodo abbandonato, una distrazione per la fretta e l’emozione…
Ma stavolta no. Il ragazzo sente che stavolta è la volta giusta. Ormai si è lasciato il passo alle spalle con un ampio vantaggio sugli altri concorrenti. Già gli sembra di intravedere nel fondovalle il paese, lo striscione dell’arrivo, il sorriso commosso dei genitori, la fotografia di Gianni che da qualche mese accompagna ogni salita sul podio. Il ragazzo non vede altro, cavalca il vento, l’ebbrezza della velocità nel silenzio quasi completo della valle. Persino il pubblico lungo la strada sembra trattenere il respiro al suo passaggio. Lontano, attutito, soltanto un ronzio indistinto, quasi una melodia che sfuma nella quiete mattutina, forse l’ennesimo torrente…
«Allora? Lo senti come canta? Non è un portento?»
Il ragazzo pronuncia queste ultime domande cercando di incontrare lo sguardo della ragazza al suo fianco. Vuole stupirla, ancora una volta.
Per questo ha scelto di prendere l’auto di suo padre per quella gita in montagna, il Suv nero che i suoi coetanei osservano a denti stretti quando attraversa la città il sabato sera e su cui le ragazze vorrebbero sempre fare un giro. In fondo che c’è di male a gustarsi ciò che la vita offre? Non dicono tutti quanti che ogni certezza può svanire in un baleno? Tanto vale gustarsi ogni istante, fregandosene del resto, come diceva quel poeta latino studiato al liceo. Saper cogliere…
L’attimo che il ragazzo stava pronunciando dentro di sé si disintegrò di colpo. Le parole divennero vuoto, i pensieri vetro gettato contro un muro di cemento. Tempo, istanti, scelte, sentimenti, speranze si ripiegarono su se stesse come un cucchiaio di plastica gettato inavvertitamente tra le fiamme. Cosa accadde nessuno seppe poi spiegarlo con esattezza: come ciascuno si fosse trovato ove in effetti si era trovato e perché. Quanti assistettero dissero che non un graffio v’era stato sul cofano dell’auto scura; non fosse stato per i cristalli scheggiati del parabrezza nessuno avrebbe notato la differenza… Solo la bicicletta sull’asfalto induceva a pensare che qualcosa doveva pure essere accaduto. Soltanto quella e, accanto, un sottilissimo rivolo rosso che scorreva attraverso le crepe dell’asfalto. Verso l’arrivo.
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