Corrispondenze


6 set 2010, di Michele Santuliana

Mio nonno (2)

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE

Rastrellavamo i prati che circondavano le viti fino a sera, quando arrivava mio padre col trattore, per caricare il fieno o pressarlo con l’imballatrice in grandi forme rettangolari. Verso metà pomeriggio il nonno alzava la testa, si dirigeva verso la sua sporta verde e si lasciava cadere sull’erba. Era il momento della pausa. Da quella sacca consunta estraeva allora una pagnotta, un pezzo di formaggio e una fiaschetta d’acqua e vino con un mezzo torsolo di pannocchia per tappo. In quei momenti sorridevamo tutti, io, la mamma, mio fratello al guardarlo. Distendeva il volto, assumeva un’espressione bonaria e ci invitava per condividere quel suo piccolo tesoro.
«Quel che c’è, c’è per tutti» ripeteva .
Una generosità come la sua non mi è più capitato di incontrarla. Persino quando lo andavo a trovare negli ultimi tempi non era cambiato. Se lo coglievo mentre ancora stava cenando si fermava e incrociava il mio sguardo. Poi indicava il piatto, facendo segno che mi servissi. Sorridevo imbarazzato dalla bontà.
Quel che c’era, c’era per tutti.
Innumerevoli altri episodi si fanno vividi, immagini che mi si stagliano innanzi mentre ora volgo il ricordo a lui. Quante altre cose vorrei dire, raccontare riguardo a ciò che mi ha insegnato coi suoi silenzi e i suoi sguardi… Ma forse non sarebbe d’accordo. Teneva alla quiete quanto al gioco delle bocce e a una bevuta in compagnia, coi vecchi del paese.
La domenica sedeva con loro nel suo posto, a metà chiesa. Vi arrivava col suo solito passo, lento e sicuro. Da ormai diversi anni era rimasto l’ultimo della sua classe in paese; qualcuno altro prima, i più dopo. Era nato di gennaio, nel 1914, l’anno dello scoppio della Grande Guerra; nel ’37 aveva fatto la naia e nel ’39 l’avevano richiamato. Doveva far parte anche lui degli otto milioni di baionette pronti a morire per il duce e per l’impero. In una delle prime “nostre” sere mi raccontò che aveva un ricordo, lontano eppur nitido, della sua infanzia. Si trovava sui Costi e all’improvviso arrivarono soldati, molti soldati. Parlavano una lingua straniera, difficile da comprendere. Lui li guardò stupito mentre si riposavano dalla marcia. Lo chiamarono, si avvicinò. Uno di essi gli si rivolse smozzicando una frase in un italiano stentato:
«Io tu soldi… tu compra tabacco, sigarette…»
E accompagnò coi gesti quanto gli andava dicendo. Il nonno prese il denaro, scese in paese e comprò il tabacco, ma, una volta tornato sul campo, i soldati se n’erano andati.
«Così restai col denaro e col tabacco» rise finendo di raccontare.
Passavano gli anni e il nonno non perdeva mai la sua tempra. Spesso lo sentivo litigare con mio padre o con qualche zio. La sua voce rimbombava tra la corte: ora i campi, ora un lavoro da fare, ora un attrezzo dimenticato o perduto. Era una sua caratteristica quella di seminare rastrelli, forche e picconi in ogni campo. Lo sapevamo tutti.
Per me stavano finendo gli anni dell’infanzia. Terminai le elementari, passai alle medie e mi affacciai al tempo nebuloso dell’adolescenza. Con le medie finì definitivamente il periodo degli amici o di coloro che avevo ritenuto tali fino a quel momento. Iniziai il ginnasio e cominciai a sentirmi solo. Non avevo alcun amico vero, nessuno con cui condividere il tempo, gli interessi, le passioni. I libri mi vennero in aiuto. Presi a leggere come mai avevo fatto; mi appassionavano soprattutto le storie della terra, del passato, di animali e di boschi. E d’un tratto avvertii l’impulso nuovo, sconosciuto fino a quel momento, di affidare anch’io alle parole l’oscuro fiume che mi scorreva dentro. Cominciai a scrivere: annotazioni, piccole frasi, poi racconti. Scrivevo e mi pareva di tingere d’un velo la solitudine che mi opprimeva. Scrivevo e ingannavo il silenzio che mi divorava.
Fu allora che mi riavvicinai al nonno. Avevo letto tante storie di uomini, di pace e di guerra che mi venne naturale cominciare a interrogarlo. Dapprima lo feci senza uno scopo preciso, per il semplice piacere di ascoltarlo, poi sempre più interessato a conoscere la sua lunga vita, le sue avventure giovanili, il dramma della guerra vissuto in prima persona. E mi si aprì un mondo davanti, immenso e sconosciuto. Presi ad andare a trovarlo ogni sera. Cenavo in fretta, mi alzavo, levavo il piatto. Ogni volta mi limitavo a sussurrare poche parole.
«Vado di là» dicevo.
I miei genitori capivano, sorridevano.
Vennero i mesi autunnali, i boschi si coloravano di giallo e d’arancio, si fecero avanti le prime nebbie, le gelate; ma io non mancavo mai all’appuntamento.

CONTINUA

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