Corrispondenze


11 ago 2010, di Gabriele Villa

Morte bianca in Val Fiscalina

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

Nella primavera del 1978 avevo conosciuto Stefano, un giovane molto taciturno che aveva frequentato il corso roccia del CAI Ferrara, sempre indossando la camicia da militare di leva, e sarebbe diventato, in seguito, il mio compagno fisso di cordata negli otto anni successivi.
Capitò a fine settembre che ci fossimo trovati, durante un’uscita di arrampicata organizzata dalla sezione, legati insieme in cordata, per caso e per decisione altrui, sulla via Cesaletti alla Torre dei Sabbioni e quello sarebbe stato per noi, alpinisticamente parlando, un autentico colpo di fulmine. Era successo che, oramai arrivati sulla cima, lui seduto al mio fianco mentre recuperavo il terzo di cordata, gli avessi sentito dire con tono di rammarico, guardando il panorama che ci circondava: «Ma perché non sono nato in montagna…?»
Lo avevo guardato con piacevole sorpresa, dicendogli: «Mi sa che io e te andremo d’accordo».
La domenica successiva facemmo la nostra prima “vera” arrampicata assieme e i fine settimana seguenti furono un continuo peregrinare per le Dolomiti, bivaccando nei fienili, sotto tettoie o in tenda; arrampicammo fin che venne il brutto tempo e arrivò la prima neve, poi passammo alle escursioni.
Per me erano gli anni della fabbrica metalmeccanica a Bologna, per lui, di dieci anni esatti più giovane di me, il lavoro in cantiere edile nell’impresa paterna: entrambi si lavorava duro e si aspettava il fine settimana per scappare sui monti, l’alpinismo e la montagna, in quel periodo, erano non solo passione, ma anche un’autentica fuga dalla quotidianità lavorativa.

Due mesi dopo avevamo già effettuato una decina di uscite insieme e quando arrivò il ponte “lungo” dell’Immacolata, quei tre giorni ci suggerirono di andare a vedere un posto che entrambi non conoscevamo, così scegliemmo come meta il rifugio Szigmondy Comici.
Il viaggio non fu dei più veloci e arrivammo in Val Fiscalina oramai al termine della mattinata e, appena parcheggiata l’auto, partimmo subito temendo la brevità della giornata perché, non conoscendo il luogo, non volevamo rischiare di farci sorprendere dal buio.
La fretta di partire era stata però cattiva consigliera e io non avevo mangiato nulla, e nemmeno mangiai durante la camminata di avvicinamento e, a complicare le cose, si aggiunse la neve che trovammo alzandoci di quota.
Era faticoso avanzare sfondando nella neve e quando cominciò a calare la luce, non avendo ancora individuato il rifugio, si aggiunse anche l’ansia perché non avendo con noi la cartina, e non vedendo alcuna traccia, nemmeno sapevamo bene dove cercarlo con lo sguardo.
Proseguivamo, ma senza un riferimento preciso e la crisi di fame e di stanchezza mi sorprese all’arrivo delle tenebre serali, proprio quando iniziarono a cadere dei piccolissimi e radi fiocchi di neve.
Improvvisamente percepii di essere svuotato di ogni energia e di avere come unico grande desiderio quello di fermarmi per riposare e, siccome del rifugio non c’era traccia, proposi a Stefano di fermarci lì per un bivacco di fortuna.
Non avendo con noi nemmeno un telo per poter affrontare un bivacco all’aperto, il mio compagno mi diede del matto, ma il caso volle che, proprio mentre si discuteva, lui alzasse lo sguardo e, lassù in alto, sopra un costone, vedesse spuntare il tetto del rifugio.
Fu allora che Stefano alzò la voce al fine di scuotermi dal torpore e farmi ragionare, infine mi intimò di seguirlo, poi si mise davanti a battere pista nella neve risalendo il ripido pendio che ci avrebbe portato al rifugio Szigmondy Comici.
Ricordo che camminavo come un automa, con lo sguardo basso e la mia unica preoccupazione era di posare i piedi sull’orma appena lasciata dai piedi di Stefano, mentre la luce del giorno progressivamente se ne andava.
Arrivai al rifugio esausto, ma non era ancora finita, perché cercammo il bivacco invernale, ma nessuna porta si apriva e, quando oramai stavamo disperando, se ne aprì una a lato e sotto al rifugio, ma dava in una specie di scantinato e deposito disordinato di cento attrezzi e cose disparate.
Ci accontentammo di essere almeno al riparo e ricavammo due posti dove poter stendere gli espansi e, infine, accendemmo un fuoco di legna dentro ad una carriola di ferro.
Rincuorato dal minimo tepore del fuoco, provai anche a mangiare qualcosa, ma la mia stanchezza era oramai divenuta malessere fisico che forse solo il sonno avrebbe potuto guarire, pur nella scomodità del giaciglio ricavato.
Inutile dire che durante la notte detti di stomaco, poi finalmente ci fu un po’ di riposo e, infine, venne il mattino e, usciti all’aperto, vedemmo l’imponenza della Croda dei Toni stagliarsi contro un cielo azzurro e limpido e ci rendemmo conto in che posto meraviglioso fossimo arrivati. Di energie però ne avevo solamente per scendere e così facemmo.

Devo dire che altro non ricordavo di quei tre giorni, soprattutto nulla ricordavo del terzo e così sono andato a cercare nel diario, trovando pochissime scarne note: «8-9-10 dicembre 1978. Primi due giorni al Comici e poi salita a Mont de Sòra (2 ore e 1/2 a salire, 40 minuti a scendere)». Del trasferimento a Pecol, di certo per andare a dormire nel fienile degli zii, avevo perso memoria, così pure della salita a Mont de Sòra e mi ha lasciato sorpreso il riferimento ai tempi di salita e discesa, segno che avevo recuperato le energie, ma soprattutto che ero stato attento alla prestazione.
Ancora più sorpreso però dal non aver trovato nessun riferimento alla dura esperienza del bivacco al rifugio Szigmondy Comici, la cui implicita “lezione” sembrava inspiegabilmente essere scivolata via senza avere lasciato traccia apparente su di me.
Eppure… posso affermare per certo che quella disavventura mi si era impressa dentro e quando in seguito mi era capitato di leggere nei libri di alpinismo avventure estreme che avevano portato alla cosiddetta “morte bianca”, il mio pensiero è sempre andato a quella esperienza personale e così nel tempo ho compreso di averla rielaborata.
Avevo sperimentato sulla mia pelle che non erano necessarie difficoltà eccezionali o estreme a determinare il pericolo della “morte bianca”, ma che poteva capitare anche in una semplice escursione se solo si fosse trascurata la corretta alimentazione (come avevo fatto io molto incautamente) e non si fosse saputo gestire e preservare le proprie energie. Avevo toccato con mano l’anticamera della “morte bianca”, trovandomi esaurito al punto tale da essere in totale abulia, perfino nell’incapacità di una corretta valutazione mentale, incapace del più elementare raziocinio.

Due cose ho imparato da quella lontana esperienza in Val Fiscalina: la prima, di far diventare abitudine quotidiana una robusta colazione al mattino e alimentarsi regolarmente durante ogni tipo di escursione; la seconda, l’importanza fondamentale di avere un compagno affidabile, quale si era dimostrato il giovanissimo Stefano in quella specifica occasione.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Tono Zncanaro, Dolomitica fantasia, acquaforte e puntasecca, 1970.


  • Alberto
    Ci capitò ai Van Alti,luglio 19'77. Dopo aver preso pioggia e grandine, speravamo nella accoglienza del bivacco Reali, ma i precedenti visitatori avevano lasciato la porta spalancata: tutti i materassini e le coperte bagnate! Battendo i denti per tutta la notte meditai l'acquisto di uno zaino allungabile adatto a sacco a piuma , ricambio e cibo. Tornato a Rovigo mi fiondai da Milan sport. Era rimasto un solo zaino Karrimor e lo stava contrattando ad un altro, che tirava troppo sul prezzo. Io accettai il prezzo di listino e Giancarlo si rivolse all'altro" Ecco, le lo dago a lu parchè el xe un signore , no on peocina come ti, che te voressi mandarme in fallimento" ... Ci mise sopra un paio di guanti da fondo in pelle.......e lo zaino continua a funzionare .Alberto Cecchetti
  • luca
    Bel ricordo, Gabriele.
    Io non dormii una volta per salire presto al Bivacco De Toni in Val dei Cantoni. E pure la notte dopo saltai il sonno: per disdetta, eravamo troppi in quella scatolina. Così al terzo giorno scavalcammo la Piccola Civetta e discesi all'attacco della nuova Tissi... vomitai di colpo anche l'anima per la cottura.
    Non è la morte bianca ma non avevo tenuto conto comunque del mio fisico.
    Ciao!
  • Stefano
    Morte bianca in Val Fiscalina... urge tornare, prima che sia troppo tardi, sul luogo del delitto ;)
    Bel pezzo, vecio!
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