Corrispondenze


30 ago 2010, di Michele Santuliana

Mio nonno (1)

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE

Quando ripenso a lui non posso fare a meno di figurarmi le sue mani. Ricordo il suo sorriso largo, tra i solchi scavati del volto e le gengive senza denti, i pochi capelli canuti, il profumo di erba fresca e terra umida che emanava appena tornato dai campi. Ma la prima cosa sono le mani. Quelle mani da uomo della terra, pesanti, scurite dal sole e rese dure dalla zappa. Da bambino le avevo osservate spesso con sguardo impaurito quando, dopo la raccolta del mais, sgusciavamo le pannocchie sotto il portico di casa. Mi piaceva quel lavoro. Per me era una sorta di gara, con me stesso e con lui. Aprivo quegli strani involucri uno dietro l’altro, gustandomi il crocchiare della scorza ruvida tra le mani, poi lisciavo la pannocchia e la gettavo nel mucchio. Ma per quanto mi sforzassi non riuscivo mai a tenere il passo delle mani del nonno. Lavorava chino, a testa bassa, respirando piano. Finché calava la sera.
Il tempo è passato da allora…
Durante gli ultimi mesi, quando ormai non usciva più, mi recavo da lui verso l’ora di cena. Staccavo coi compiti, chiudevo i libri, attraversavo il cortile e bussavo alla porta. La voce gentile di Nina, la badante, mi invitava presto ad entrare. Lui s’accorgeva appena della mia presenza; lo salutavo, sorrideva e rispondeva con un cenno della testa, come un inchino. Mi sedevo e restavo a guardarlo in silenzio. Neppure lui parlava.
Fu allora che ripresi a osservare le sue mani. Per molto non vi avevo più fatto caso. Le avevo semplicemente assorbite nell’immagine che di lui m’ero fatto negli anni. Erano cambiate. Magre, pallide, non sembravano che un vago ricordo delle mani forti di pochi anni prima. Il nonno le teneva lunghe distese sul tavolo, inerti. Altre volte prendeva a strofinarle su un vecchio giornale illustrato. Accarezzava la superficie con veemenza, imprimendovi rapidi cerchi. Poi passava al tavolo, poi alle mie braccia. Con foga, quella che un tempo aveva usato con la zappa.
«Devo pulire… » sussurrava fissandomi negli occhi.
Annuivo, lo lasciavo fare, e ricordavo.
Mio nonno ha vissuto della terra e con la terra per tutta la vita. Conosceva i suoi campi, sulla collina, come si conosce un amico dopo una vita trascorsa insieme. Da sempre li aveva coltivati: prima con la numerosa famiglia nella quale era nato, in seguito dopo essere ritornato. Passata la guerra infatti s’era trovato costretto a scendere nella grande pianura, a far da bovaro ai grandi possidenti. Pezzi grossi per cui sgobbava come un mulo e che lo pagavano una miseria. Ma questo lo seppi solo più avanti.
Bambino, lo ammiravo da lontano, col cuore che batteva d’emozione e paura. Sì, avevo paura di lui e solo di rado lo avvicinavo. Non rideva mai, al massimo si lasciava andare in un sorriso quando gli si offriva aiuto o dopo aver aspirato una presa di tabacco. Lo teneva in una scatola di legno scuro che conservava nella tasca dei pantaloni di tela, quasi sempre gli stessi. Del resto lui non amava i bambini. Brontolava quando lo si distoglieva dal suo lavoro, in cortile o nei campi. La sua bontà era un’altra: una manciata di nocciole, qualche nespola, una pesca portati a casa e donati. A volte mi chiamava vicino.
«Ti ho portato le nocciole, sono sul davanzale».
Lo guardavo e improvvisavo un grazie educato. Lui rispondeva appena, con lo sguardo. Era un sorriso che ancora non sapevo leggere. Per me il nonno rappresentava un personaggio dai contorni mitici, un antico patriarca cui si doveva timore e rispetto.
Non era alto fisicamente, anzi, aveva una figura bassa, quasi tarchiata, ma al contempo forte, possente. Un grande naso, due orecchie enormi, la barba ispida e canuta e uno sguardo mite e insieme severo componevano il suo volto solcato dagli anni e bruciato dal sole. Per andare nei campi calzava un paio di vecchi scarponi raggrinziti. Agli spaghi originari aveva sostituito due robusti fili di nylon azzurro, di quelli che servivano per tenere compresse le balle di fieno. In testa portava un cappello di paglia o di tela stinta. Camminava lentamente, misurando i passi al ritmo di un bastone. Ne possedeva diversi, tutti fabbricati con le sue mani. In spalla portava la zappa, alla quale appendeva un borsa di pesante stoffa verde militare. Questo il ritratto che ancora serbo di lui.
Partiva la mattina presto e ritornava per l’ora di pranzo. Si riposava un paio d’ore, poi tornava nei campi. Rientrava infine che era buio, spesso facendo aspettare la nonna, che brontolava vedendo freddarsi la minestra sul piatto.
Da quando era andato in pensione, ancor prima che io nascessi, le sue giornate trascorrevano così, sempre uguali, sempre le stesse, da lunedì a sabato. Era libero, e stava bene. I campi erano la sua seconda casa, o forse, la prima. Li chiamava per nome, come fossero stati antichi compagni, luoghi vivi recanti segreti da sussurrare ai pochi che ancora sapevano l’arte di ascoltare. Così una distesa verde tutta saliscendi era il Prà, la terra sulla cima del colle i Costi, i terrazzamenti che scendevano dall’altro versante la Valbona, un campo che coltivava a grano turco i Masi; infine c’era la Lola, un nome femminile per un lembo di terra arso dal sole, strappato al bosco, sul limitare del colle. La Lola era davvero l’amore segreto di mio nonno. L’aveva cresciuta, svezzata, come si fa con un bambino in fasce. Per decenni costruì muretti a secco, sistemò quelli gonfiati dall’acqua, zappò le viti, piantò alberi da frutto. Ricordo quando, sul finire della primavera, vi si andava a raccogliere il fieno dopo i primi tagli. L’aria del pomeriggio trasportava il profumo dell’erba essiccata mentre il sole maturava a poco a poco le pesche, le prugne, le ciliegie selvatiche. Di ogni albero cresciuto in quel giardino il nonno conosceva la storia. Era un mondo silenzioso eppure formicolante di vita, antico e gravido di misteri. E il nonno ne era il custode…

CONTINUA

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Fotografia di Tino Albani.


  • un'amica
    Nella tua prosa scorgo la POESIA della vita.
    Quell'essenza che pochi sanno sfiorare.
    Dopo il racconto della fogliolina sei riuscito a farmi emozionare anche con questo: ti è stato dato un dono.
    Grazie per sopportarmi sempre anche se scappo.
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