Corrispondenze


23 ago 2010, di Gabriele Villa

Donne alla prova del crash test

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

C’è un tratto dell’anello delle mura medioevali che cingono tutt’intorno Ferrara, lungo tre chilometri, che va da inizio Porta Po a fine Porta Mare, che rappresenta un po’ il cuore di un percorso podistico altamente frequentato in tutte le stagioni dell’anno, ma specie d’estate.
La doppia alberatura parallela crea, infatti, in questo tratto, una specie di galleria naturale sempre in ombra che consente l’attività sportiva anche nelle giornate assolate e più calde ed è qui che trovi un po’ tutti quelli che fanno attività motoria in città: podisti in prevalenza, sia agonisti amatoriali che passeggiatori a vario titolo e di tutte le età, ma anche ciclisti in mountain bike, intere famigliole in bicicletta e tanti appassionati di montagna che qui fanno “la base” di fiato e resistenza per le loro attività sui monti.
È qui che un pomeriggio, alcune settimane fa, ho incontrato Cristina, anche lei frequentatrice abituale, socia del CAI Ferrara, di cui ha frequentato il corso di escursionismo tre anni fa.
«Mi hanno accettato alla gita della Presanella… Devo allenarmi bene» ha detto in un fiato.
Era contenta per quella che sarebbe stata la sua “prima volta” in ghiacciaio, un desiderio che covava fin da quando, ancora bambina, andava in montagna accompagnata dalla mamma.
Poi è arrivato il momento della gita, del pullman che parte, della salita al rifugio D’Enza, della notte in camerata, del legarsi in cordata, del calzare i ramponi, impugnare la piccozza….
A sera, mentre mi chiedevo come poteva essere andata la gita, ecco arrivare un sms:
«La cima tutto bene, ma al ritorno un crepaccio s’è aperto sotto di me e sono andata giù tre metri. Non mi sono fatta un graffio, ma il rumore di vetri e l’eco dell’urlo che ho fatto mi hanno come svegliata e resa molto lucida…»
L’ho rincontrata, Cristina, stavolta in bicicletta, sempre su quel tratto di mura e il discorso non poteva che finire sulla sua avventura e si sentiva da come la raccontava che aveva bisogno di “sfogarsi”, elaborare quell’esperienza del crepaccio, talmente forte da attutire in lei (purtroppo) perfino l’emozione della cima raggiunta e della prima esperienza in cordata sul ghiacciaio.
Così le ho proposto di scriverne per Intraigiarùn, ma lei subito a dire che no, non ce l’avrebbe fatta… ancora troppa emozione… troppa confusione… tanta agitazione… come se la paura fosse lievitata tempo dopo la disavventura dentro al crepaccio.
Poi l’ho rivista alla sede del Cai e ancora abbiamo parlato e ancora mi ha detto che non sarebbe riuscita a scrivere, talmente convinta che in seguito me l’ha pure ribadito via mail, forse senza accorgersi che mentre lo ripeteva, già lo stava facendo, come un rospaccio che con un balzo fosse saltato a riva, improvviso.
Una specie di “liberazione”, buttata fuori in stile sms, con una punteggiatura “da brividi”, ma molto efficace nel trasmettere le sensazioni provate.

«… ma mi sa che non ci riesco. Ho troppo nelle orecchie quello schianto di vetri rotti, stasera il mio coinquilino ha rotto un bicchiere e io l’ho ripreso arcigna e lui, poveretto, m’ha guardato stupito, sconvolto, mogio, io che sono sempre tranquilla per queste stupidaggini.
Cosa vuoi che ti dica, Gabri? Con quello che ho in mente stasera il racconto non si riuscirebbe a intitolarlo diversamente da “vetri rotti” o da “vetri infranti”, perché lo schianto di vetri è la prima cosa che senti e che vedi. Lo senti sotto i piedi, poi ti accorgi che il rumore non è sotto i tuoi piedi ma sei tu che sei dentro il rumore, senti come se qualcuno avesse tirato un sasso contro una finestra vicino a te e, mentre ti giri per vedere che cazzo è successo, ti accorgi che il sasso sei tu, e cominci a gridare, ma il tuo urlo peggiora le cose, ti gela, che quando finalmente arriva il silenzio quasi hai un sospiro di sollievo, sollievo che passa all’istante perché ti rendi conto che lì dentro c’è talmente tanto silenzio che ti senti respirare…
… poi i vetri infranti li vedi, i frammenti saltano dappertutto, ma quelli sono quasi divertenti, sono come i fuochi d’artificio, li guardi volentieri ma il rumore dà fastidio… come vedi si fa fatica a scrivere un racconto con vetri rotti e sogni infranti…»

Una piccola storia, questa di Cristina, ma… quanta intensità in quell’esperienza e in che bel crepaccio è andata a finire, perfino con le stalattiti di ghiaccio che vanno in frantumi.
La prossima volta che la incontrerò le dirò di lasciare decantare l’esperienza vissuta e di cominciare a pensare alla prossima avventura in ghiacciaio che tanto, non si cade nel crepaccio tutte le volte, e poi, mica può smettere proprio ora che ha superato brillantemente la prova del crash test.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Fotografia Ghiaccio di Antonello Romanazzi

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

C’è un tratto dell’anello delle mura medioevali che cingono tutt’intorno Ferrara, lungo tre chilometri, che va da inizio Porta Po a fine Porta Mare, che rappresenta un po’ il cuore di un percorso podistico altamente frequentato in tutte le stagioni dell’anno, ma specie d’estate.
La doppia alberatura parallela crea, infatti, in questo tratto, una specie di galleria naturale sempre in ombra che consente l’attività sportiva anche nelle giornate assolate e più calde ed è qui che trovi un po’ tutti quelli che fanno attività motoria in città: podisti in prevalenza, sia agonisti amatoriali che passeggiatori a vario titolo e di tutte le età,  ma anche ciclisti in mountain bike, intere famigliole in bicicletta e tanti appassionati di montagna che qui fanno “la base” di fiato e resistenza per le loro attività sui monti.
E’ qui che un pomeriggio, alcune settimane fa, ho incontrato Cristina, anche lei frequentatrice abituale, socia del CAI Ferrara, di cui ha frequentato il corso di escursionismo tre anni fa.
“Mi hanno accettato alla gita della Presanella… Devo allenarmi bene”. – ha detto in un fiato.
Era contenta per quella che sarebbe stata la sua “prima volta” in ghiacciaio, un desiderio che covava fin da quando, ancora bambina, andava in montagna accompagnata dalla mamma.
Poi è arrivato il momento della gita, del pullman che parte, della salita al rifugio D’Enza, della notte in camerata, del legarsi in cordata, del calzare i ramponi, impugnare la piccozza….
A sera, mentre mi chiedevo come poteva essere andata la gita, ecco arrivare un sms:
“La cima tutto bene, ma al ritorno un crepaccio s’è aperto sotto di me e sono andata giù tre metri. Non mi sono fatta un graffio, ma il  rumore di vetri e l’eco dell’urlo che ho fatto mi hanno come svegliata e resa molto lucida… ”
L’ho rincontrata, Cristina, stavolta in bicicletta, sempre su quel tratto di mura e il discorso non poteva che finire sulla sua avventura e si sentiva da come la raccontava che aveva bisogno di “sfogarsi”, elaborare quell’esperienza del crepaccio, talmente forte da attutire in lei (purtroppo) perfino l’emozione della cima raggiunta e della prima esperienza in cordata sul ghiacciaio.
Così le ho proposto di scriverne per intraigiarùn, ma lei subito a dire che no, non ce l’avrebbe fatta… ancora troppa emozione… troppa confusione… tanta agitazione… come se la paura fosse lievitata tempo dopo la disavventura dentro al crepaccio.
Poi l’ho rivista alla sede del Cai e ancora abbiamo parlato e ancora mi ha detto che non sarebbe riuscita a scrivere, talmente convinta che in seguito me l’ha pure ribadito via mail, forse senza accorgersi che mentre lo ripeteva, già lo stava facendo, come un rospaccio che con un balzo fosse saltato a riva, improvviso.
Una specie di “liberazione”, buttata fuori in stile sms, con una punteggiatura “da brividi”, ma molto efficace nel trasmettere le sensazioni provate.

«… ma mi sa che non ci riesco. Ho troppo nelle orecchie quello schianto di vetri rotti, stasera il mio coinquilino ha rotto un bicchiere e io l’ho ripreso arcigna e lui, poveretto, m’ha guardato stupito, sconvolto, mogio, io che sono sempre tranquilla per queste stupidaggini.
Cosa vuoi che ti dica, Gabri? Con quello che ho in mente stasera il racconto non si riuscirebbe a intitolarlo diversamente da “vetri rotti” o da “vetri infranti”, perchè lo schianto di vetri è la prima cosa che senti e che vedi. Lo senti sotto i piedi, poi ti accorgi che il rumore non è sotto i tuoi piedi ma sei tu che sei dentro il rumore, senti come se qualcuno avesse tirato un sasso contro una finestra vicino a te e, mentre ti giri per vedere che cazzo è successo, ti accorgi che il sasso sei tu, e cominci a gridare, ma il tuo urlo peggiora le cose, ti gela, che quando finalmente arriva il silenzio quasi hai un sospiro di sollievo, sollievo che passa all’istante perchè ti rendi conto che lì dentro c’è talmente tanto silenzio che ti senti respirare…
… poi i vetri infranti li vedi, i frammenti saltano dappertutto, ma quelli sono quasi divertenti, sono come i fuochi d’artificio, li guardi volentieri ma il rumore dà fastidio… come vedi si fa fatica a scrivere un racconto con vetri rotti e sogni infranti…».
Una piccola storia, questa di Cristina, ma… quanta intensità in quell’esperienza e in che bel crepaccio è andata a finire, perfino con le stalattiti di ghiaccio che vanno in frantumi.
La prossima volta che la incontrerò le dirò di lasciare decantare l’esperienza vissuta e di cominciare a pensare alla prossima avventura in ghiacciaio che tanto, non si cade nel crepaccio tutte le volte, e poi, mica può smettere proprio ora che ha superato brillantemente la prova del crash test.


  • Bellissimo questo non-racconto che hai fatto uscire da Cristina. E l'idea del crash test è intrigante.
    Gpcastellano
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