CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
Quella scena mi aveva tormentato a lungo, per mesi e mesi, ogni volta che ero passato di lì per andare ad arrampicare verso la Moiazza, o il Passo Falzarego o il Passo Giau.
Là dove la strada, lasciato alle spalle il paese di Mas e attraversato il piccolo abitato di Peron, dopo un paio di curve entra in Valle Agordina, ecco questa stringersi e ai lati del nastro d’asfalto affiancarsi e sovrastare i dirupi rocciosi.
Ancora poche curve e i dirupi si allontanano per lasciare il posto a uno slargo con prati verdi ben curati e, poco più avanti, un caseggiato della Guardia Forestale e, subito dopo, ancora prati verdi a destra fin sotto le rocce verticali e a sinistra fino al Cordevole.
Ogni volta che arrivavo lì, superato il caseggiato della Forestale, mi sembrava di sentire il rumore delle pale dell’elicottero del Suem sbattere nell’aria, era come se lo vedessi uscire dai recessi selvaggi della Val di Piero, per venire in direzione del bordo strada.
Vedevo distintamente il cavo scendere sotto i pattini a sorreggere un operatore del Soccorso Alpino agganciato alla barella porta ferito e l’elicottero abbassarsi lentamente fino a posare sul manto erboso il suo carico. Immaginavo l’operatore mettere i piedi a terra e sganciarsi, per poi aiutare la barella ad appoggiarsi delicatamente a terra e su questa un corpo immobile, sopra il torace appoggiato uno zaino con gli spallacci recisi.
Quante volte me lo sono immaginato quel corpo inerte, oramai senza vita, il volto incorniciato dalla barbetta sottile e un’espressione di stupore e di sofferenza impressi negli ultimi momenti, durante la caduta.
Il mio amico Luigi, detto Gigi, era morto così, dopo un devastante ruzzolone lungo una scoscesa scarpata, battendo il capo contro un masso sul fondo del torrente, cinquanta metri sotto il punto di caduta, circa a metà della Val di Piero.
Sembra una beffa il fatto che la montagna, oggetto della grande passione che ci porta a percorrerla, a volte riservi questi drammatici appuntamenti a chi, per sfortuna o per imperizia, si trovi nel luogo dove pare sia ad attenderlo il suo destino.
Così era stato per Gigi, partito in treno da Ferrara per alcuni giorni di una vacanza conclusasi prematuramente dopo appena due giorni (e una notte trascorsa al rifugio 7° Alpini), sopra una barella posata su di un prato a lato strada, all’imbocco della Valle Agordina.
Avevo sofferto molto per quella perdita, come se avessi subito una mutilazione fisica e soffrivo ancora ogni volta che, passando in quel luogo, immaginavo quella stessa tragica scena, esattamente come me l’aveva raccontata Luca, il suo compagno di escursione in quel tragico giorno, che ne era stato spettatore sgomento e impotente.
Ogni volta era uguale: appena vedevo il prato verde quella visione entrava dolorosamente nei pensieri, fino a che la strada non tornava a passare sotto le rocce dirupate e il prato repentinamente entrava nello specchietto retrovisore fino a scomparire, lasciando il posto a un senso di tristezza.
Per fortuna il tempo s’incarica di lenire le ferite, anche quelle più gravi, e nel caso del mio amico Gigi, un fatto imprevisto era intervenuto a portarmi un po’ di consolazione.
Avevo saputo da Beatrice, la moglie, che aveva espresso il desiderio affinché fosse piantato un albero a ricordo del marito tragicamente scomparso e la Guardia Forestale aveva accondisceso alla richiesta, procedendo, in tempi successivi, alla sistemazione della pianticella.
A mia conoscenza, non c’erano state cerimonie particolari a segnare quell’evento, molto semplicemente la pianticella era stata messa a dimora da qualche parte.
Non saprei dire quanto tempo fosse trascorso dalla disgrazia quando, passando come al solito con l’auto all’inizio della Valle Agordina, mi accorsi di quell’alberetto solitario, quasi nell’angolo del grande prato. Nessuno mi aveva detto nulla al proposito, ma capii, e ne fui certo, che quello era l’albero di Gigi. Era stato piantato dall’altra parte della strada rispetto a quella dove mi avevano detto si fosse posato l’elicottero del Soccorso. Così mi accorsi, le volte successive, che passando di lì non guardavo più verso sinistra, bensì a destra, verso l’alberetto per intuirne e verificarne la crescita.
Non più la visione dell’elicottero e quel ricordo doloroso, ma la curiosità di vedere quella presenza, quasi fosse una “reincarnazione” vegetale del mio sfortunato amico.
Allora lo indicavo ai compagni di viaggio, l’albero di Gigi, e la sua vista e il parlarne, in un qualche modo mi consolavano.
Non ho il conto di quante volte sono passato da quel luogo, so solo che sono trascorsi gli anni e l’alberetto è cresciuto, divenendo grande.
Oramai qualche anno fa, di ritorno da una delle tante arrampicate, mi sono fermato con l’auto a bordo strada: dopo averlo pensato tante volte senza mai averlo fatto, quella volta l’avevo fatto senza nemmeno averlo pensato.
Lasciata l’auto, avevamo attraversato la strada scendendo la breve scarpata erbosa per arrivare al prato con l’erba alta, ancora da sfalciare, e poter andare a “trovare” l’albero.
Mi faceva un certo effetto stare lì e credo che l’amico Stefano se ne fosse reso conto, dal momento che rimaneva silenzioso guardando di sottecchi le mie mosse.
A fianco del tronco c’era tuttora il bastone che aveva fatto da sostegno all’albero appena piantato. Lo spago che lo teneva legato era entrato addirittura nella corteccia che lo aveva inglobato, dopo di che si deve essere finalmente spezzato con l’aumentare del diametro del tronco, lasciando il bastone lì, presenza oramai inutile.
Mi sono fermato anche pochi giorni fa a trovare l’alberetto e a scattare poche fotografie.
4 agosto 1992 – 4 agosto 2010: diciotto anni non sono pochi e il dolore per la scomparsa di Gigi è lenito, anche grazie alla presenza dell’albero che lo ricorda.
M’immagino che lo spirito del mio amico sia lì, dentro la pianta, e me lo figuro un po’ inquieto per l’immobilità cui lo costringe la sua nuova dimensione vegetale.
Forse è stupido questo pensiero, oltre che poco razionale, ma mi piace ugualmente pensarlo, così come mi piace l’idea di avere un albero per amico.
Un amico che è lì, a bordo strada, cui rivolgo un pensiero affettuoso ogni volta che passo per andare a quei monti che ancora non mi sono stancato di percorrere.
Un amico che, magari con uno stormir di foglie, silenziosamente, ricambia il mio saluto.
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