Corrispondenze


6 lug 2010, di Gabriele Villa

Indovina chi ti invita a cena stasera

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

Le mie prime escursioni in Val Canali avvennero a inizio 1976 e quel piccolo rifugio con le imposte chiuse che avevamo incontrato sulla strada era allora un qualcosa di assolutamente impersonale per me, anzi non era nemmeno il rifugio Cant del Gal, ma più precisamente, e per alcuni anni, fu solo la tettoia del Cant del Gal. In effetti, in Val Canali ci si andava soprattutto a inizio stagione, un po’ per la vicinanza, (si fa per dire… sono duecento chilometri da Ferrara), un po’ per la quota relativamente bassa, per cui il rifugio era ancora in chiusura invernale, tuttavia offriva ugualmente riparo sotto la lunga tettoia che aveva davanti alla facciata e sotto la quale si poteva stendere il materassino per dormire nel sacco a pelo, evitando di dover piantare la tenda. Dovettero passare quattro anni prima che capitasse di cenare e pernottare nel rifugetto e così facemmo la conoscenza dei gestori: Tito, un tipetto simpatico e molto cordiale, Letizia, sua moglie, che sembrava stare piuttosto sulle sue, ma anche essere un punto di riferimento gestionale non secondario, come tante donne del Veneto, sempre un po’ defilate e quasi nell’ombra dei mariti, ma fondamentali.
Dopo altri tre anni il Cant del Gal ci ospitò per la prima volta con il gruppo del corso roccia del Cai di Ferrara e il rapporto, anche personale, con i gestori iniziò a consolidarsi, sicché divenne abitudine fermarsi a prendere il caffè o a mangiare qualcosa al ritorno dalle ascensioni.
In quei primi anni Ottanta la Val Canali divenne per me una specie di valle adottiva e orientò molto la mia crescita alpinistica: mi piaceva perché la strada finiva lì, dentro la valle, poi si andava avanti solo a piedi, e inoltre mi ero sempre trovato bene sia al rifugio Treviso, gestito allora da Renzo Timillero e famiglia, che al Cant del Gal, da Tito e Letizia Lucian.
Lì in valle non c’era il turismo diffuso e a volte “eccessivo” delle zone fortemente antropizzate come in Ampezzo o in Val di Fassa, ma prevaleva una presenza escursionistico – alpinistica di tipo “rustico”, tedeschi che percorrevano l’alta via e arrampicatori di stampo classico.
Inoltre c’erano zone che si potevano definire “sperdute”, nelle quali scalavi su cime quasi sempre deserte, su bella roccia e con la sensazione che la montagna fosse “tutta tua”.
Avevamo addirittura aperto una via nuova al campanile Negrelli, nel gruppo di Cima Sedole, nel 1979, con l’amico Stefano, e negli anni successivi ci eravamo messi a cercare altre possibilità, soprattutto verso il fondo valle, nella selvaggia zona dei Vani Alti.
Fu una disgrazia, la tragica scomparsa di una cara amica di Stefano che anch’io avevo conosciuto, a darci la spinta psicologica per mettere le mani su quella parete inaccessa della quale nella guida alpinistica di Timillero e Cappellari non era riportato nemmeno il nome.
Eravamo andati in perlustrazione della parete, l’avevamo osservata con il binocolo alla ricerca di una linea di salita e avevo pure scattato varie fotografie con il teleobiettivo.
Ne avevamo parlato anche con Tito che sempre ci chiedeva dove intendevamo andare ad arrampicare quando ci fermavamo per il caffè, così come ce lo chiese quella mattina che nello zaino non avevamo il teleobiettivo, la reflex e il binocolo, ma una consistente serie di chiodi da roccia e i martelli.
Per noi fu un’importante giornata alpinistica e la via nuova da dedicare all’amica scomparsa divenne realtà: un percorso di 250 metri, con difficoltà in prevalenza di quarto grado e il tiro chiave di quinto, con un tratto di quinto più in superba esposizione, che Stefano aveva “tirato” con una determinazione di cui conoscevo bene le origini motivazionali.
A pomeriggio avanzato facemmo rientro al Cant del Gal e la nostra soddisfazione doveva di certo trasparire evidente dai nostri volti, Tito ci chiese della via e si complimentò con noi; si vedeva la sua sincera partecipazione e quasi sorprendeva quella sua condivisione.
A un certo punto, indicando un tavolo apparecchiato a centro sala, disse: «Stasera siete miei ospiti»; c’era anche una bottiglia di vino e si intuiva che era di “quello buono”. Brindammo alla nostra via nuova in un clima di condivisione molto amichevole.
Fu una grande soddisfazione e ci sentimmo veramente, se non a casa nostra, a casa di un Amico, proprio di quelli con la A maiuscola.
La moglie, Letizia, aveva osservato la scena con molta discrezione e, ricordo, mi parve non comprendere a fondo l’entusiasmo e l’iniziativa del marito.
Ancora ricordo che, nell’amichevole dopo cena, Tito prese a raccontare, senza fare nomi e in maniera impersonale, di un giovane che alcuni anni prima era caduto arrampicando su una cima di quelle parti e si era fatto male abbastanza seriamente.
Era una storia di sofferenza fisica e anche morale, perché quell’incidente aveva troncato la passione di quel giovane che, intuivo senza avere il coraggio di chiederglielo, doveva essere stato proprio lui.
Lui non lo disse, né forzò il racconto per ammetterlo esplicitamente, ma lo lessi nei suoi occhi velati di tristezza, pur se nascosti dietro al solito sorriso apparentemente scanzonato.
Quella storia, secondo me spiegava anche l’invito a cena e la sincera partecipazione al nostro entusiasmo per la via nuova, nel quale probabilmente aveva rivisto il suo di prima di quell’incidente.
Quella cena è rimasta indelebile nei miei ricordi ed è uno dei più belli, anche perché mi legò molto a Tito e devo dire che, pur avendolo conosciuto solo nelle vesti di gestore di un rifugio prima, diventato albergo poi, l’ho sempre considerato un alpinista, uno di quelli “veri” e ho sempre pensato che lo fosse.
Di certo lo era nel profondo del cuore.

:-[i]-:
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    Questo tuo racconto, la piccola storia e l'atteggiamento di Tito con voi, spiega più di una tesi di laurea la nostra comune passione per l'alpinismo.
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