Corrispondenze


24 lug 2010, di Michele Santuliana

Il profumo della sera

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE PEDEMONTANE

La contrada era avvolta dal silenzio. Sono uscito dopo cena, senza fretta, percorrendo la strada che conduce alla sommità della collina. Intorno a me solo i muri di pietra delle antiche case e il fumo stanco di qualche camino: odore buono, di legna lasciata essiccare, faggio forse. Mi sono lasciato alle spalle gli ultimi edifici e ho raggiunto il sentiero del bosco. Un pettirosso curioso, saltando da un ramo all’altro, mi è passato sopra la testa con una planata; sembrava volesse salutarmi: l’ho guardato volare e ho sorriso.
Il sentiero che sale in cima colle è un libro aperto di memorie della contrada e del paese. Ecco lì l’ingresso alla grotta delle anguane, che un tempo minacciava ogni bambino disubbidiente, più avanti il muretto a secco restaurato pochi anni fa dal nonno e dall’altra parte il sasso, ormai consunto dal tempo e dalle intemperie, su cui il vecchio Arcangelo si sedeva a legger il giornale che gli passava il Toni, padre della maestra del paese. Erano giornali del giorno prima, certo, ma pur sempre fitti di notizie da leggere e poi riferire all’osteria. Non mancava mai all’appuntamento sul sasso: sole, vento o tempesta, lui trascorreva le sue giornate lassù, tornando alla sera soddisfatto e pronto a riferire.
A quei tempi il nonno non saliva ancora con frequenza sul colle, al paese rientrava di rado, dovendo lavorare nelle grosse tenute contadine della pianura. Erano soprattutto gli zii bambini a correre lungo i sentieri della collina, per giocare, far legna e scappare dalle urla dei confinanti, pronti a rincorrerli per un ramo di troppo tagliato nel loro.
«Cose passate, cose passate» diceva il nonno quando d’inverno, dopo cena, lo andavo a trovare. Oggi sembra trascorso tanto tempo, ma non è che qualche anno. Negli ultimi mesi non parlava più, le mani magre, il volto scavato. Eppure il suo sguardo limpido, di uomo della terra ancora brillava di serenità mentre mi faceva segno di attingere dal proprio piatto.
«Quel che c’è, c’è per tutti» ripeteva un tempo nei momenti di allegria, almeno fino a quando la nonna, con sarcasmo, non lo interrompeva, richiamandolo all’ordine. Lui lasciava correre e non ci pensava. Le voleva bene, ma sapeva che la sua vita non era in casa. Era là, tra quella terra che curava in ogni momento del giorno da quando era finalmente andato in pensione…
Nel silenzio che ora è del bosco questi pensieri mi accompagnano fino a quando raggiungo la sommità del colle. Lassù il mormorio del vento sussurra agli ulivi secolari e alle viti le sue storie vecchie di secoli. Il paese, in basso, pare assopito. Scorgo i camini che fumano: uno, due, tre, quattro… Poi lo sguardo prosegue lungo i vigneti sino al bosco, lungo i fianchi del colle. Sullo sfondo, la pianura è un brulichio convulso di luci e rumori che quassù giungono appena. Lungo l’autostrada le auto si inseguono, poco distante un treno passa e va, sulla provinciale vanno costruendo una nuova rotatoria. Sono i campi che il nonno arava per conto dei ricchi proprietari. Chissà se oggi li riconoscerebbe, sbrecciati, consumati, tagliati da strade e nuove lottizzazioni. Lui, quando gli ponevo certe domande, scrollava la testa, beveva un sorso di acqua e vino e sospirava. Ho scoperto tardi che il silenzio, nel suo modo di essere, era un modo come un altro di raccontare. Allora, adolescente, non ci pensavo, oggi lo so.
Attraverso i campi ormai incolti che costellano il falsopiano in vetta al colle: i vigneti lentamente si piegano sotto il peso degli anni, le viti mostrano grappoli rinsecchiti, sui prati stanno crescendo nuovi arbusti: sono i primi, timidi passi, verso il ritorno del bosco.
Cammino piano, quasi non volendo fare rumore, inseguo le tracce lasciate da un capriolo lungo il sentiero, osservo e ascolto. La terra si va a poco a poco ridestando dal lungo inverno, già fioriscono i bucaneve e tra non molto il sottobosco sarà tutto uno sbocciare di primule.
Cammino piano, ma alla fine, senza accorgermene, lascio i campi vicino al vecchio cimitero. È lì che i vecchi paesani ormai andati di là continuano a raccontare le loro storie. Poco distante, la strada comunale mi ricorda che presto sarò di nuovo in paese, tra le antiche case del centro. Alcune sono chiuse, in altre abita qualche giovane coppia.
È tardi, comincia a imbrunire. Percorro la strada asfaltata puntando verso casa, le mani in tasca e il cappello calcato sulla fronte. Si è alzata un’aria fredda mentre il sole pigramente se ne va dietro la dorsale di altre colline, verso occidente. Nel paese dormiente già qualche luce si accende, da una finestra si scorgono due bambini giocare. Nell’aria si avverte il profumo della sera. Immerso nei miei pensieri, quasi non mi accorgo che un paesano mi ha salutato.
«Buonasera, Gianni» rispondo dopo un attimo di esitazione.
Parliamo un po’, gli racconto dell’università, degli ultimi esami, del via vai quotidiano, lui mi parla della protezione civile, che ha dovuto lasciare a causa di qualche acciacco d’età. Poi tace e il silenzio scorre tra noi con lieve imbarazzo da parte mia. Vorrei dire qualcosa, ma non mi viene in mente nulla. È Gianni a riprendere il discorso. Lascia andare un sospiro e sorride: «E anche oggi è venuta la sera, eh?»

:-[i]-:
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  • andy_spiz
    Quante interessanti storie ci sarebbero da raccontare sulla montagna minore...quella invisibile e che pare oggi sempre più destinata all'oblìo. Spero che ci siano più racconti come questo per tenere un po' vivo il fuoco della memoria...e voglio augurarmi che rimanga sempre una certa consapevolezza dell'esistenza ma soprattutto il rispetto di quel tempo antico. Un tempo che ancor oggi, è capace di darci qualche prezioso insegnamento.
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