Corrispondenze


19 lug 2010, di Gabriele Villa

Gradini verso il cielo

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

L’avevo conosciuto nella primavera del 1976, al corso di roccia del Cai Ferrara, Sansone, ed era stato il vulcanico Ugo a dare il soprannome a quel ragazzone grande e grosso che veniva dalla palestra pugilistica per imparare ad andare in montagna.
Era uno dei pochissimi in sezione che, in quegli anni, avesse lo spirito giusto per andare alle Dolomiti, accettando le mie proposte che prevedevano notti in fienili, in tenda o al meglio in bivacchi fissi, anche durante le stagioni fredde, a volte senza progetti o obiettivi precisi che non fossero il semplice andare in montagna a “fare qualcosa”.
In quel fine giugno del 1977 raggiungemmo Pecol e, come sempre facevo in quegli anni, non avevamo dormito a casa degli zii, ma nel fienile dietro la chiesetta, quello con il “palanzìn” che si affacciava proprio sopra la piazza del paese.

Il giorno dopo ci trasferimmo a Malga Ciapèla per poi risalire la valle Ombretta e andare a pernottare al bivacco Marco dal Bianco ai piedi della parete sud della Marmolada.
Erano proprio le prime esperienze per entrambi anche se, almeno per Sansone, l’esperto ero io che avevo fatto l’aiuto istruttore al corso di roccia, “tiravo” da primo e avevo al mio attivo ben otto vie di arrampicata una delle quali da capocordata.
La nostra esperienza su neve e ghiaccio era pari a zero, ma avevamo entrambi una piccozza e quando ci trovammo al cospetto del pendio nord della Cima Ombretta, perfettamente e uniformemente innevato, ci sembrò che fosse lì apposta per invitarci ad una sfida di cui non conoscevamo bene i contenuti.
La giornata era mite e la neve sufficientemente arrendevole sotto gli scarponi e così ci sembrò che la mancanza di ramponi non fosse elemento fondamentale per la riuscita della progressione e, pian piano e con prudenza, iniziammo a salire più o meno appaiati, accontentandoci del fatto che il pendio non presentasse salti e discontinuità, né sassi nella conca sottostante al pendio di neve.
La cima sembrava chiamare e quando il pendio si fece più ripido era oramai troppo vicina per pensare di desistere.

Ad un tratto mi girai verso Sansone perché avevo percepito un improvviso e indefinibile fruscio, e vidi, oramai una trentina di metri più in basso, il mio amico scivolare silenzioso, praticamente seduto e con la piccozza in mano, verso la conca alla base del pendio.
Non sapevamo nulla di auto arresto con la piccozza e, una volta iniziata la scivolata, lui si era lasciato andare senza nemmeno tentare una qualsivoglia manovra per fermarsi, attendendo con serena rassegnazione di terminare la scivolata in fondo al pendio.
Quando la sua scivolata si fermò, lanciai vari richiami perché ritornasse su, ma non servirono a fargli cambiare idea, ne aveva avuto abbastanza di quella inaspettata esperienza.
La cima era abbastanza vicina e allora decisi di proseguire da solo.
Ricordo che, poco prima che il pendio accennasse a spianare, trovai un breve tratto ghiacciato forse per effetto del vento che spirava in cresta, e allora, ricordando ciò che avevo letto nei libri di alpinismo, scavai alcuni gradini con la piccozza e alcune tacche per le mani come facevano i pionieri prima dell’invenzione dei ramponi.
Ricordo la sensazione forte che quei pochi gradini stessero per aprirmi la strada verso il cielo azzurro che oramai dominava e riempiva la vista, perché il pendio rapidamente si arrotondava nella cupola sommitale e null’altro c’era sopra a interrompere lo sguardo.

L’arrivo solitario in vetta coronò la piacevole sensazione di essere un po’ più alpinista di prima, sensazione che si era insinuata in me in quegli ultimi metri percorsi e sentii la soddisfazione farsi sempre più forte.
La reflex con l’autoscatto fissò l’immagine mia vicino all’ometto di sassi della cima, camiciola di flanella, pantaloni di velluto azzurro a zampa d’elefante però stretti dentro le ghette rosse, faccia con l’espressione di un esploratore verticale che avesse raggiunto una meta importante.
Sensazioni di pura soddisfazione, prima che arrivasse il momento di ritornare indietro ricalcando esattamente gli stessi passi fatti in salita e, infine, ricongiungermi al mio compagno.
Sul diario di arrampicata ho trovato poche scarne note la cui conclusione dice “salito a Cima Ombretta da solo”, ma mi rendo conto, oggi, della presunzione di quelle poche righe perché senza Sansone non sarei andato fino a quella cima e, anche se vi sono arrivato da solo e nemmeno avevamo corda con noi per legarci, quel giorno lui era stato a tutti gli effetti il mio compagno di cordata.

:-[i]-:
iBORDERLINE.NET // Corrispondenze d’autore / Acquarello di Massimo Antonelli.

CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE

L’avevo conosciuto nella primavera del 1976, al corso di roccia del Cai Ferrara, Sansone, ed era stato il vulcanico Ugo a dare il soprannome a quel ragazzone grande e grosso che veniva dalla palestra pugilistica per imparare ad andare in montagna.
Era uno dei pochissimi in sezione che, in quegli anni, avesse lo spirito giusto per andare alle Dolomiti, accettando le mie proposte che prevedevano notti in fienili, in tenda o al meglio in bivacchi fissi, anche durante le stagioni fredde, a volte senza progetti o obiettivi precisi che non fossero il semplice andare in montagna a “fare qualcosa”.
In quel fine giugno del 1977 raggiungemmo Pecol e, come sempre facevo in quegli anni, non avevamo dormito a casa degli zii, ma nel fienile dietro la chiesetta, quello con il “palanzìn” che si affacciava proprio sopra la piazza del paese.

Il giorno dopo ci trasferimmo a Malga Ciapèla per poi risalire la valle Ombretta e andare a pernottare al bivacco Marco dal Bianco ai piedi della parete sud della Marmolada.
Erano proprio le prime esperienze per entrambi anche se, almeno per Sansone, l’esperto ero io che avevo fatto l’aiuto istruttore al corso di roccia, “tiravo” da primo e avevo al mio attivo ben otto vie di arrampicata una delle quali da capocordata.
La nostra esperienza su neve e ghiaccio era pari a zero, ma avevamo entrambi una piccozza e quando ci trovammo al cospetto del pendio nord della Cima Ombretta, perfettamente e uniformemente innevato, ci sembrò che fosse lì apposta per invitarci ad una sfida di cui non conoscevamo bene i contenuti.
La giornata era mite e la neve sufficientemente arrendevole sotto gli scarponi e così ci sembrò che la mancanza di ramponi non fosse elemento fondamentale per la riuscita della progressione e, pian piano e con prudenza, iniziammo a salire più o meno appaiati, accontentandoci del fatto che il pendio non presentasse salti e discontinuità, né sassi nella conca sottostante al pendio di neve.
La cima sembrava chiamare e quando il pendio si fece più ripido era oramai troppo vicina per pensare di desistere.

Ad un tratto mi girai verso Sansone perché avevo percepito un improvviso e indefinibile fruscio, e vidi, oramai una trentina di metri più in basso, il mio amico scivolare silenzioso, praticamente seduto e con la piccozza in mano, verso la conca alla base del pendio.
Non sapevamo nulla di auto arresto con la piccozza e, una volta iniziata la scivolata, lui si era lasciato andare senza nemmeno tentare una qualsivoglia manovra per fermarsi, attendendo con serena rassegnazione di terminare la scivolata in fondo al pendio.
Quando la sua scivolata si fermò, lanciai vari richiami perché ritornasse su, ma non servirono a fargli cambiare idea, ne aveva avuto abbastanza di quella inaspettata esperienza.
La cima era abbastanza vicina e allora decisi di proseguire da solo.
Ricordo che, poco prima che il pendio accennasse a spianare, trovai un breve tratto ghiacciato forse per effetto del vento che spirava in cresta, e allora, ricordando ciò che avevo letto nei libri di alpinismo, scavai alcuni gradini con la piccozza e alcune tacche per le mani come facevano i pionieri prima dell’invenzione dei ramponi.
Ricordo la sensazione forte che quei pochi gradini stessero per aprirmi la strada verso il cielo azzurro che oramai dominava e riempiva la vista, perché il pendio rapidamente si arrotondava nella cupola sommitale e null’altro c’era sopra a interrompere lo sguardo.

L’arrivo solitario in vetta coronò la piacevole sensazione di essere un po’ più alpinista di prima, sensazione che si era insinuata in me in quegli ultimi metri percorsi e sentii la soddisfazione farsi sempre più forte.
La reflex con l’autoscatto fissò l’immagine mia vicino all’ometto di sassi della cima, camiciola di flanella, pantaloni di velluto azzurro a zampa d’elefante però stretti dentro le ghette rosse, faccia con l’espressione di un esploratore verticale che avesse raggiunto una meta importante.
Sensazioni di pura soddisfazione, prima che arrivasse il momento di ritornare indietro ricalcando esattamente gli stessi passi fatti in salita e, infine, ricongiungermi al mio compagno.
Sul diario di arrampicata ho trovato poche scarne note la cui conclusione dice “salito a Cima Ombretta da solo”, ma mi rendo conto, oggi, della presunzione di quelle poche righe perché senza Sansone non sarei andato fino a quella cima e, anche se vi sono arrivato da solo e nemmeno avevamo corda con noi per legarci, quel giorno lui era stato a tutti gli effetti il mio compagno di cordata.

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