CORRISPONDENZE D’AUTORE | FINESTRE DI CASA
A un certo punto della vita, non si sa come, né perché, le montagne si installano davanti ai nostri occhi e diventano una realtà inevitabile e non più eliminabile. Si piazzano lì, noi ce ne innamoriamo per le ragioni più diverse e da quel momento non possiamo più fare a meno di inseguire le cime delle montagne, di salirne quante più possiamo, una dopo l’altra, una cavalcata ininterrotta che spesso dura quanto la nostra stessa vita, e forse anche oltre.
Lungo l’arco di questo continuo saliscendi ci imbattiamo in altri compagni di viaggio e di fede e allora le loro esperienze si fondono con la nostra e si arricchiscono a vicenda. Da quando per la prima volta ci leghiamo a una corda essa si diparte da noi e corre alla ricerca di altri esseri cui in buona misura sentiamo di rassomigliare.
A tutti quanti costoro noi affidiamo l’altro capo della corda e, assieme a esso, la nostra vita. Ci siamo legati in cordata nelle occasioni più diverse, in palestra di roccia, in gita sociale, alla base di pareti vere e proprie ecc. ecc., e spesso l’occasione si è forse banalizzata precipitando l’assunto che ne sta alla base in una sorta di rito abitudinario e non più vissuto come dovrebbe nelle sue implicazioni di fondo.
Ma la pratica di scalare le montagne, facili o difficili non conta, finisce – lo sappiamo bene – per stabilire un paradigma imprescindibile in moltissime fasi della nostra vita. Ogni alpinista ha verificato che l’esame da superare, una fase cruciale del lavoro, la morosa, il lutto, la malattia, ogni tipo di umano contrasto, ciascuna di tali incombenze diventa una montagna o una parete da superare con la stessa logica usata arrampicando.
E in ogni occasione si diparte da noi il medesimo capo della corda, alla ricerca del compagno o dei compagni pronti a legarsi con noi e a condividere assieme la medesima esperienza e a offrirci la loro vita. Questa offerta sta lì, scritta nei loro occhi che ci vengono incontro allegri, ansiosi, commossi, dubbiosi, solidi, sornioni o velati e disillusi, a volte disperati a seconda dell’occasione e della sua gravità. La corda poi conduce e incanala la voce, le voci a corrersi incontro, a rincorrersi e a rassicurarci, come in parete.
I compagni di scalata sono il più delle volte i compagni del vivere, preziosi e pronti a correre in aiuto anche se ogni speranza di successo sembra preclusa. All’improvviso l’orizzonte quotidiano si affolla di volti che inattesi spuntano e si raggruppano nel vano della porta ed è stupefacente sentire la carica di energia che promana da essi e ti viene incontro e ti investe, poco importa se di lì a poco ritornerà il vuoto e tu rimarrai solo col nemico e con te stesso e con la notte che stenta a disegnarsi in certezze di buoni profili, molto di ogni attimo vissuto in parete in giorni lontani rimane lì con te e torna a scaldarti il cuore, come l’auvergnat di Brassens, ce n’était rien qu’un peu de pain, mais il m’avait chauffé le corps, et dans mon âme il brule ancor’ à la manière d’un feu de joie. Sì, tutti i compagni di corda mi vengono incontro, mi parlano, preparano per bene la sosta, piazzano il rinvio, la vita scorre giusta e amica accanto a noi, e noi facciamo altrettanto con loro.
Da tutta questa eletta compagnia recuperiamo la migliore umanità, da qualcuno arriva la bottiglia di prosecco, da un altro la sottile ricchezza di parole semplici ma formate sulla falsariga del vizio assurdo del vivere e delle sue leggi elementari, da un altro l’incredibile saggezza maturata in valle a contatto con i lavori di stagione e nei cammini segreti di viaz e di bosco, nelle vicende degli avi capaci di seguire senza drammi o sussulti il ciclo del vivere. E ora la speranza è di accorrere e poter assicurare a mia volta come si conviene l’ultimo compagno di corda, quello con cui ho inseguito con donchisciottesca cecità le più recenti battaglie di dolomia e di carta. E di poter infine atterrare assieme su terreno sicuro, al termine dell’ultima doppia. E fumarcene una al lume delle stelle.
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