CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
Quando si parla di una “linea di confine” viene naturale pensare a uno spazio aperto e vasto nel quale, da qualche parte, ci sia un qualcosa che delimita il territorio fisicamente e con evidenza: un fiume o un lago, piuttosto che la cresta di una catena montuosa, o una barriera costruita artificialmente dall’uomo.
Un’isola è un’entità fisico-territoriale delimitata da un confine preciso ancora più evidente, inequivocabile, nella fattispecie una massa d’acqua non valicabile se non con mezzi specifici, e dà non solo l’idea di un limite, ma di una costrizione effettiva, vincolante.
Dev’essere proprio per questo che l’isola suggerisce l’idea di un confine psicologico ancora prima di un limite fisico e il termine “borderline” assume un significato di separatezza, di una gabbia mentale a delimitare un mondo “avulso” nel quale ci sentiamo forzatamente confinati, se non esclusi da un qualcosa.
A volte lo siamo veramente confinati, per una malattia, per un infortunio, per un’operazione chirurgica e così ci troviamo nella nostra personale “isola borderline”, avulsi dal nostro mondo abituale, chiusi nella nostra limitatezza, di solito in una stanza di ospedale, più spesso tra le mura di casa, e viviamo (o meglio subiamo) un doppio confine, fisico per l’impedimento motorio che ne deriva, psicologico per gli inevitabili stati d’animo che ne conseguono.
Penso alla struggente “isola borderline” delineata da Mario, a quel suo confine aperto sul mondo esterno eppure così coercitivo perché il confine, almeno al momento, è dentro di lui.
«Fra qualche giorno tornerò a casa, e so che molte peregrinazioni – di stagione in stagione, di stanza in stanza, da sud a nord, lato Venezia o lato Agordo – si concluderanno addosso a una finestra rivolta alle montagne.»
Ripenso alle mie esperienze personali, sia quelle vissute di riflesso nell’attività di badante part-time di mia madre, ma soprattutto a una non tanto lontana degenza ospedaliera.
Nelle stanze di ospedale ho visto spesso, e anche sentito, nascere facilmente un senso di amicizia, un naturale avvicinamento empatico tra le persone, prodotto dalla condivisione del dolore e da una situazione di precarietà personale, mentre ognuno sta attendendo di superare la propria prova e si misura con le sue paure e i suoi dubbi.
Forse questo è uno dei pochi aspetti positivi di queste esperienze che, facendoci sentire caduchi (quali in effetti siamo) ci spingono fuori dalle nostre bolle di egoismo in cui stiamo abitualmente racchiusi, ci fanno ritrovare sensibilità umana, ci aprono al prossimo.
Così è successo anche a me, all’ospedale di Cento con Bruno, il mio compagno di stanza, talmente avvezzo ai ricoveri e alle operazioni chirurgiche da avere maturato un abituale comportamento molto paziente e di grande sensibilità verso il personale infermieristico.
Nello spazio di un pomeriggio era nata tra noi una bella confidenza, quasi una complicità, forse una simpatia spontanea tra due appassionati, uno di montagna e l’altro di mare, ma entrambi con la passione per l’insegnamento pur se in ambienti così diversi, ma affini nello spirito con il quale affrontarli, uno spirito che avevo riconosciuto quando Bruno mi aveva parlato con evidente trasporto delle sue estati trascorse (e della prossima a venire che già attendeva) al Lido delle Nazioni ad insegnare ai “suoi bambini” ad andare in barca a vela.
Era stato male, Bruno, durante la notte e, quando non ce l’aveva più fatta a sopportare il dolore, aveva suonato per chiamare aiuto e gli avevano cambiato il catetere.
Ne aveva tratto sollievo quasi subito e così ci eravamo addormentati entrambi fino a che, alle prime luci dell’alba, ci aveva svegliati un’infermiera entrata nella stanza, all’arrivo della quale e prima ancora che lei dicesse qualcosa, immaginando un controllo al catetere, Bruno si era diligente e rapidamente abbassato i pantaloni del pigiama fino a metà coscia, scoprendo completamente bacino e pube.
Quel movimento senza pudore non mi era sfuggito e avevo azzardato una battuta:
«Ma… Bruno, non ti facevo così audace…».
L’infermiera mi aveva fulminato con uno sguardo di evidente disapprovazione e poi, guardando Bruno, gli aveva mostrato, agitandogli davanti al naso ciò che teneva in mano, scandendo e quasi sillabando:
«Que-sto è un lac-cio emo-sta-ti-co… si scopra il braccio, per favore».
Bruno, imbarazzatissimo, si era tirato su i pantaloni del pigiama e aveva porto il braccio all’infermiera che, in un concentrato silenzio, aveva effettuato il prelievo di sangue e poi lasciato la stanza senza profferire altre parole.
Ci eravamo guardati ridendo, ripensando alla scena appena vissuta, e io avevo chiosato:
«Tranquillo Bruno, non dirò a tua moglie che hai tentato di sedurre l’infermiera».
Lui si era tenuto il volto tra le mani e, continuando a sorridere, aveva concluso:
«Dio mio, che figura che ho fatto…»

Un episodio buffo che mi è rimasto nella mente, anche perché, pur se per pochi momenti, ci aveva fatto uscire dalla nostra “isola borderline”, ci aveva fatto oltrepassare quel confine psicologico in cui eravamo momentaneamente costretti.
Ricordare, scrivere, ridere e far sorridere, ripercorrendo episodi del proprio vissuto, (…tentando di estrarre visioni da eventi vissuti, pur non troppo significativi – come scrive Mario) può essere una buona terapia e anche un’evasione dai confini in cui siamo costretti, sperando di poter lasciare presto quei muri, o quelle finestre, che ne delineano il limite.
Credo sia un augurio, prima ancora che una riflessione.
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