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23 set 2011, di Giuseppe "Popi" Miotti

Alfredia acrobata

CORRISPONDENZE D’AUTORE | ALPI CENTRALI

Uscì dalla piccola nicchia rocciosa dove aveva trascorso la notte. Il sole era già sorto e i caldi raggi ebbero subito effetti prodigiosi sui suoi lunghi arti anchilosati dal freddo e dal profondo torpore che lo invadeva durante la notte.

Si guardò attorno e, come in una successione di scatti fotografici, i suoi occhi misero assieme il Mondo. Rocce, rocce ovunque, tinte dei colori più svariati, dal rosso al verde, dal bianco al giallo, ora ruvide e ben appigliate, ora più lisce e luccicanti. Percorse prudentemente la piccola sporgenza fuori dalla nicchia e balzò su una piccola prateria spugnosa stillante rugiada. Si dissetò e si mise in cerca di un po’ di cibo; dalle immani voragini attorno saliva, portato dal vento, il rombo delle acque che precipitavano a valle e, di tanto in tanto, il fragore dei ghiacci e delle rocce che si frantumavano. (continua…)

27 set 2010, di Giuseppe "Popi" Miotti

Macchina rampicante. Ovvero: prigionieri del Mongenjura – 3

CORRISPONDENZE | RACCONTI D’ALPINISMO

Ripetizione della via di Hans Christian Doseth sul Pilastro Sud del Mongenjura, aperta nel 1981.

TERZA PARTE

In un silenzio irreale e in un ambiente grandioso, con una piccola luna nel cielo, caracolliamo, per pendii muschiosi e placche, giù verso un lago, sulle cui sponde si vede una fioca luce. Giunti all’emissario del lago, dovremmo trovare il sentiero per la discesa e, in effetti, una volta arrivati ecco una bella traccia. (continua…)

20 set 2010, di Giuseppe "Popi" Miotti

Macchina rampicante. Ovvero: prigionieri del Mongenjura – 2

CORRISPONDENZE | RACCONTI D’ALPINISMO

Ripetizione della via di Hans Christian Doseth sul Pilastro Sud del Mongenjura, aperta nel 1981.

SECONDA PARTE

Risparmierò ora al lettore le nostre molte vicissitudini; la scoperta delle hitte, comodi rifugi per viandanti poveri; le alluvioni che ci inseguirono; la perdita di controllo del Duca bianco causa carenza alcolica; l’ancestrale atmosfera della terra dei ciclopi; la nostra prima grande salita, una vasta cupola di levigato granito alta quasi 500 metri; le interminabili ore d’auto fra fiordi, cascate e pareti altissime. Vi porterò invece nella mitica valle di Romsdal, immenso solco verdeggiante delimitato da alcune delle più alte pareti del globo, meta finale di questa parte del viaggio.

Via dai fiordi, sfuggendo all’ultima ondata di maltempo, valichiamo finalmente un colle solitario oltre il quale il granito diventa signore incontrastato dell’ambiente. Scendiamo a tornanti, fra cascate ribollenti e pareti sempre più alte ed oscure, in un ambiente cupo e impressionante, mentre qualche timida occhiata d’azzurro sembra promettere almeno un paio di giorni di tregua dal maltempo (continua…)

13 set 2010, di Giuseppe "Popi" Miotti

Macchina rampicante. Ovvero: prigionieri del Mongenjura – 1

CORRISPONDENZE | RACCONTI D’ALPINISMO

Ripetizione della via di Hans Christian Doseth sul Pilastro Sud del Mongenjura, aperta nel 1981.

PRIMA PARTE

È pomeriggio inoltrato e la Norvegia ci accoglie con un’assurda aurora boreale fuori tempo e fuori stagione. Non è l’omerica Aurora dita rosate, ma un brillante e luminoso vortice di filamenti verde fluo con meches rosa e blu, che trapassa le nuvole grevi di pioggia. (continua…)

16 ago 2010, di Giuseppe "Popi" Miotti

Qualido: la stalla di Polifemo

CORRISPONDENZE | STORIA DELLE ALPI

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà du Sciüma al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica. Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ’900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese. «Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza, mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe». La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici. (continua…)




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