CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
C’è un tratto dell’anello delle mura medioevali che cingono tutt’intorno Ferrara, lungo tre chilometri, che va da inizio Porta Po a fine Porta Mare, che rappresenta un po’ il cuore di un percorso podistico altamente frequentato in tutte le stagioni dell’anno, ma specie d’estate.
La doppia alberatura parallela crea, infatti, in questo tratto, una specie di galleria naturale sempre in ombra che consente l’attività sportiva anche nelle giornate assolate e più calde ed è qui che trovi un po’ tutti quelli che fanno attività motoria in città: podisti in prevalenza, sia agonisti amatoriali che passeggiatori a vario titolo e di tutte le età, ma anche ciclisti in mountain bike, intere famigliole in bicicletta e tanti appassionati di montagna che qui fanno “la base” di fiato e resistenza per le loro attività sui monti.
È qui che un pomeriggio, alcune settimane fa, ho incontrato Cristina, anche lei frequentatrice abituale, socia del CAI Ferrara, di cui ha frequentato il corso di escursionismo tre anni fa. (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
Nella primavera del 1978 avevo conosciuto Stefano, un giovane molto taciturno che aveva frequentato il corso roccia del CAI Ferrara, sempre indossando la camicia da militare di leva, e sarebbe diventato, in seguito, il mio compagno fisso di cordata negli otto anni successivi.
Capitò a fine settembre che ci fossimo trovati, durante un’uscita di arrampicata organizzata dalla sezione, legati insieme in cordata, per caso e per decisione altrui, sulla via Cesaletti alla Torre dei Sabbioni e quello sarebbe stato per noi, alpinisticamente parlando, un autentico colpo di fulmine. Era successo che, oramai arrivati sulla cima, lui seduto al mio fianco mentre recuperavo il terzo di cordata, gli avessi sentito dire con tono di rammarico, guardando il panorama che ci circondava: «Ma perché non sono nato in montagna…?»
Lo avevo guardato con piacevole sorpresa, dicendogli: «Mi sa che io e te andremo d’accordo».
La domenica successiva facemmo la nostra prima “vera” arrampicata assieme e i fine settimana seguenti furono un continuo peregrinare per le Dolomiti, bivaccando nei fienili, sotto tettoie o in tenda; arrampicammo fin che venne il brutto tempo e arrivò la prima neve, poi passammo alle escursioni. (continua…)
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Quella scena mi aveva tormentato a lungo, per mesi e mesi, ogni volta che ero passato di lì per andare ad arrampicare verso la Moiazza, o il Passo Falzarego o il Passo Giau.
Là dove la strada, lasciato alle spalle il paese di Mas e attraversato il piccolo abitato di Peron, dopo un paio di curve entra in Valle Agordina, ecco questa stringersi e ai lati del nastro d’asfalto affiancarsi e sovrastare i dirupi rocciosi.
Ancora poche curve e i dirupi si allontanano per lasciare il posto a uno slargo con prati verdi ben curati e, poco più avanti, un caseggiato della Guardia Forestale e, subito dopo, ancora prati verdi a destra fin sotto le rocce verticali e a sinistra fino al Cordevole.
Ogni volta che arrivavo lì, superato il caseggiato della Forestale, mi sembrava di sentire il rumore delle pale dell’elicottero del Suem sbattere nell’aria, era come se lo vedessi uscire dai recessi selvaggi della Val di Piero, per venire in direzione del bordo strada. (continua…)
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L’avevo conosciuto nella primavera del 1976, al corso di roccia del Cai Ferrara, Sansone, ed era stato il vulcanico Ugo a dare il soprannome a quel ragazzone grande e grosso che veniva dalla palestra pugilistica per imparare ad andare in montagna.
Era uno dei pochissimi in sezione che, in quegli anni, avesse lo spirito giusto per andare alle Dolomiti, accettando le mie proposte che prevedevano notti in fienili, in tenda o al meglio in bivacchi fissi, anche durante le stagioni fredde, a volte senza progetti o obiettivi precisi che non fossero il semplice andare in montagna a “fare qualcosa”.
In quel fine giugno del 1977 raggiungemmo Pecol e, come sempre facevo in quegli anni, non avevamo dormito a casa degli zii, ma nel fienile dietro la chiesetta, quello con il “palanzìn” che si affacciava proprio sopra la piazza del paese. (continua…)
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Le mie prime escursioni in Val Canali avvennero a inizio 1976 e quel piccolo rifugio con le imposte chiuse che avevamo incontrato sulla strada era allora un qualcosa di assolutamente impersonale per me, anzi non era nemmeno il rifugio Cant del Gal, ma più precisamente, e per alcuni anni, fu solo la tettoia del Cant del Gal. In effetti, in Val Canali ci si andava soprattutto a inizio stagione, un po’ per la vicinanza, (si fa per dire… sono duecento chilometri da Ferrara), un po’ per la quota relativamente bassa, per cui il rifugio era ancora in chiusura invernale, tuttavia offriva ugualmente riparo sotto la lunga tettoia che aveva davanti alla facciata e sotto la quale si poteva stendere il materassino per dormire nel sacco a pelo, evitando di dover piantare la tenda. Dovettero passare quattro anni prima che capitasse di cenare e pernottare nel rifugetto e così facemmo la conoscenza dei gestori: Tito, un tipetto simpatico e molto cordiale, Letizia, sua moglie, che sembrava stare piuttosto sulle sue, ma anche essere un punto di riferimento gestionale non secondario, come tante donne del Veneto, sempre un po’ defilate e quasi nell’ombra dei mariti, ma fondamentali. (continua…)
CORRISPONDENZE D’AUTORE | STORIE
Quando si parla di una “linea di confine” viene naturale pensare a uno spazio aperto e vasto nel quale, da qualche parte, ci sia un qualcosa che delimita il territorio fisicamente e con evidenza: un fiume o un lago, piuttosto che la cresta di una catena montuosa, o una barriera costruita artificialmente dall’uomo.
Un’isola è un’entità fisico-territoriale delimitata da un confine preciso ancora più evidente, inequivocabile, nella fattispecie una massa d’acqua non valicabile se non con mezzi specifici, e dà non solo l’idea di un limite, ma di una costrizione effettiva, vincolante.
Dev’essere proprio per questo che l’isola suggerisce l’idea di un confine psicologico ancora prima di un limite fisico e il termine “borderline” assume un significato di separatezza, di una gabbia mentale a delimitare un mondo “avulso” nel quale ci sentiamo forzatamente confinati, se non esclusi da un qualcosa.
A volte lo siamo veramente confinati, per una malattia, per un infortunio, per un’operazione chirurgica e così ci troviamo nella nostra personale “isola borderline” (continua…)
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